Don’t you think she looks tired?

Master SF

masterfulxrhythm: “ itdoesntgethotterthanjohnsimm: “ thirtysecondstomaroon5: “He’s back… ” “Did you miss me?” ” //Okay but can I just wail with joy about this image. Because even encapsulated within two seconds at best, it’s indubitable that John...L’ultima stagione della sua era si apre con una plateale resa di Moffat alla ricetta del predecessore Russell T. Davies, a cominciare dal tentativo di creare una companion credibile e umana come quelle dell’era RTD. Bill Potts, un vero sollievo dopo anni di Impossible Girls.
Più simile per umanità ai Dottori daviesiani è diventato anche Twelve, cambiando drasticamente personalità ancora una volta, dopo i fallimentari tentativi di farne prima uno Sherlock spaziale, e poi un Eleven bis.
La resa più clamorosa di Moffat è però rappresentata dal ritorno del Master di John Simm.
C’è da augurarsi che sia una resa completa, e che il Master sia tornato per restare.

The Final Retcon

Il series finale di Sherlock è stato così scadente che parte del pubblico l’ha creduto un falso, ed ha chiesto alla BBC di mandare in onda “quello vero”.

Dopo aver cercato per anni di “appropriarsi” di tutto il canone di Doctor Who riscrivendolo retroattivamente, e tentando di rendere un personaggio inconsistente da lui creato, Clara, la “vera” protagonista della serie, Moffat ha cercato di fare lo stesso coll’universo sherlockiano.
Come nell’episodio Listen di Doctor Who aveva fatto di Clara l’accidentale responsabile dell’origin story del Dottore, per il series finale di Sherlock ha creato Eurus, improbabile sorella segreta sociopatica di Sherlock, apposta per affidarle un ruolo analogo.

In The Final Problem quindi Eurus interpreta in modo piatto e monocorde lo stereotipo della Strega dell’Est al quale il suo nome allude, cercando d’accreditarsi come la “vera” protagonista dell’universo sherlockiano, responsabile del trauma primigenio che ha plasmato tutta la personalità di Sherlock e profondamente segnato quella di Mycroft; regista occulta delle trame criminali di Moriarty; nonché personificazione della Melancholia, dominus delle loro vite.
Il tentativo, ‎velleitario quanto fallimentare, produce un episodio di rara bruttezza crivellato di plotholes, un lugubre pastrocchio d’incongruenze, forzature, assurdità e logori espedienti scopiazzati da altri franchise. Batman, Saw, Hannibal, Skyfall, tutti gli horror asiatici degli ultimi 20 anni, non c’è niente in The Final Problem che non sappia di sbobba riciclata, come non c’è più niente nel rintronato energumeno che lo Sherlock di Moffat è diventato che ricordi l’Holmes originale, o anche soltanto quello del pilot.

Se la serie aveva avuto un merito particolare, anche grazie all’interpretazione di Martin Freeman, era il tentativo di aggiungere un’inedita complessità al personaggio di John Watson. Anche questo è stato azzerato dalla quarta stagione, in favore d’un ringhioso cliché da action movie.
La chiosa postuma affidata alla povera Mary Morstan (che anche da morta cambia personalità a ogni episodio) “Non importa chi siete davvero, quello che conta sono le avventure”  suona infatti come una patetica giustificazione dell’incapacità dell’autore di costruire personaggi coerenti.
Cazzaro come al solito, Moffat aveva promesso che questo finale avrebbe “fatto la Storia della TV”.
Se Sherlock passerà alla Storia, sarà per essere riuscito in soli 13 episodi a diventare la peggiore parodia di se stesso.

There’s something on your back, Doctor

Con uno special natalizio d’una stupidità deprimente è cominciato l’ultimo anno della disastrosa gestione Moffat.
Chris Chibnail dovrà faticare parecchio per recuperare la serie dal cassonetto nel quale è finita, e non solo qualitativamente.

La reazionaria e pasticciata restaurazione di Gallifrey non è l’unico retcon a rendere totalmente incompatibile l’era Moffat con la precedente.
L’aver cancellato dalla memoria degli umani il ricordo di tutti i precedenti incontri con alieni, eliminando così anche l’indispensabile backstory di Adelaide Brooke; l’aver cercato di spargere Clara lungo tutta la timeline del Dottore, nel pretenzioso quanto vano tentativo di farne “la companion più importante di tutti i tempi”; il finale del farsesco The Husband of River Song, nel quale Twelve rivela improvvisamente a River quando e dove lei morirà.
Per non parlare del pastrocchio di Trenzalore, pianeta sul quale il Dottore sarebbe dovuto morire per poter incontrare Clara, e dal quale è tranquillamente uscito vivo, incapsulando così tutta l’era Moffat in un enorme paradosso.
Come un sub-universo creato da un parassita alieno, lo scarafaggio di Turn Left.
Un sub-universo stercorario da far collassare al più presto.

Show must go home

Ieri su Rai4:

The Zygon Invasion
Salve, sono Peter Harness, quello che sinceramente non s’era reso conto che un sermone contro l’interruzione di gravidanza potesse essere inteso come un sermone contro l’aborto. Premetto che non sono razzista, però secondo me tutti questi immigrati che stanno arrivando in realtà sono MOSTRI VENUTI DALLO SPAZIO PER STERMINARCI TUTTI!!!11!!1!1!!!1!!!!

The Zygon Inversion
Salve, sono Steven Moffat, e come showrunner mi tocca provare a dare una riverniciata pseudo-pacifista a questo delirio nazistoide, inserendoci un pippone sugli Anni di Piombo che in realtà non c’entrerebbe un cazzo, ma che darà al Dottore la possibilità di fare del reducismo ingiustificato su quella volta che NON ha distrutto Gallifrey,
Siamo bravi, eh? Chissà perché la BBC ci ha rimpiazzati.

Scrittura automatica

Una delle cose più irritanti di Kill the Moon è il fatto che, intervistato, Peter Harness continui a raccontare di non essersi reso conto d’avere scritto un sermone antiabortista.
I casi sono due: o Peter Harness è sonnambulo, o pensa che a dormire in piedi siamo noi.

Forse non tutti sanno che

L’idea originale di The Girl in the Fireplace è di RTD. E l’idea dello sviluppo narrativo viene da The Time-Traveler’s Wife di Audrey Niffenegger.

Il miglior episodio di Moffat in realtà non è di Moffat.

Dopo mezzanotte

listen.jpgÈ emblematico come gli episodi peggiori di Moffat siano quelli più velleitari.
Ogni volta che tenta di filosofeggiare fallisce così miseramente da totalizzare quantità industriali di fremdschämen.
L’esempio più rappresentativo è Listen, l’episodio nel quale Moffat spedisce il suo Dottore a caccia dei propri demoni interiori, e contemporaneamente ci infligge il primo appuntamento di Clara e Danny.
Il fatto che il suo Dottore abbia aspettato di superare i 2000 anni per andare a caccia dei propri demoni interiori, e soprattutto che ad oltre 2000 anni d’età non abbia ancora capito che sono per l’appunto interiori, è patetico almeno quanto il suo continuo interrompere la ricerca per stalkerare Clara, e costringerla in un ambiguo ruolo materno che finisce per farne la diretta responsabile del suo particolare ridicolo trauma primigenio.
Ah, le donne.
Listen viene definito dai suoi fans la “risposta” di Moffat a Midnight, il capolavoro disturbante e attualissimo di Russell T. Davies sulla paranoia xenofoba.
In realtà Listen è la controparte di Midnight solo come Kill the Moon è il Nadir dello Zenith di The Waters of Mars.

Mezzanotte è passata. Moffat sta finalmente per fare le valigie.
14 episodi all’alba.

Tempo scaduto

teotAl netto degli eccessi da series finale, The End of Time è uno dei migliori episodi di Doctor Who, e uno dei testi più politici di Russell T. Davies.
The End of Time ci dice esplicitamente che le nostre rapaci e guerrafondaie classi dirigenti che stanno portando il mondo alla rovina devono essere spazzate via, senza se e senza ma.
Si tratta della nostra sopravvivenza o la loro.
Un messaggio rivoluzionario nel senso letterale del termine, che Moffat s’è ovviamente affannato a cercare di cancellare, prima col retcon di The Day of the Doctor, che senza vergogna afferma l’imperativo opposto di preservare a tutti i costi quelle stesse classi dirigenti rapaci e guerrafondaie.
Poi con The Time of the Doctor, nel quale il suo Eleven infligge agli abitanti di Trenzalore una guerra millenaria che avrebbe potuto evitargli del tutto semplicemente andandosene, e viene ricompensato per questo con un nuovo ciclo di rigenerazioni dai rapaci e guerrafondai Time Lords che ha preservato.
E infine, con l’indegna pantomima di Hell Bent, nel quale il suo Rassilon, inspiegabilmente immemore della propria ferrea determinazione a distruggere l’universo pur di conservare il potere fino all’ultimo, si rivela improvvisamente disposto a cederlo subito a gentile richiesta.
Perché Moffat ci tiene a farci credere che i dittatori alla Erdogan siano in fondo solo vecchietti un po’ burberi, come i cloni di Scrooge che puntualmente infestano ogni suo special natalizio.

Ancora una volta c’è uno Zenith, The End of Time, e un Nadir, la trilogia Gallifreyana di Moffat.
Il suo tempo però è in scadenza.
Speriamo torni finalmente quello delle sceneggiature decenti.

Il ruolo della donna

mDopo averne cambiato sesso e genere, Moffat ha azzerato tutto lo sviluppo psicologico e narrativo aggiunto al personaggio del Master da autori ed interpreti in quarant’anni, da Barry Letts e Roger Delgado a Russell T. Davies e John Simm, e ne ha fatto una macchietta patetica con un nomignolo da chiwawa, completamente al servizio del protagonista maschile.

Anche Missy è un esempio di quello che Moffat pensa veramente delle donne.