Cubismo

guantanamo

Show must go home

Ieri su Rai4:

The Zygon Invasion
Salve, sono Peter Harness, quello che sinceramente non s’era reso conto che un sermone contro l’interruzione di gravidanza potesse essere inteso come un sermone contro l’aborto. Premetto che non sono razzista, però secondo me tutti questi immigrati che stanno arrivando in realtà sono MOSTRI VENUTI DALLO SPAZIO PER STERMINARCI TUTTI!!!11!!1!1!!!1!!!!

The Zygon Inversion
Salve, sono Steven Moffat, e come showrunner mi tocca provare a dare una riverniciata pseudo-pacifista a questo delirio nazistoide, inserendoci un pippone sugli Anni di Piombo che in realtà non c’entrerebbe un cazzo, ma che darà al Dottore la possibilità di fare del reducismo ingiustificato su quella volta che NON ha distrutto Gallifrey,
Siamo bravi, eh? Chissà perché la BBC ci ha rimpiazzati.

Parola di Spot II

La giovane astronauta galleggia a gravità zero. Una donna nello spazio, cosa starà facendo? Esplorazione, ricerche, esperimenti? No, le pulizie.

Un tizio sbava per un’automobile nuova. “Me la merito?” si chiede. “Certo” si risponde, perché è stato abbastanza eroico da accompagnare la moglie piagnona al cinema.

Anche le donne usano lo smartphone per comunicare via web, ma con chi? Col forno, e con la lavatrice per sapere quando il bucato è pronto, mentre fanno ginnastica in palestra per dimagrire. Anzi “ridurre il gonfiore” che non sono riuscite a eliminare ammazzandosi di purghe.

Perché stupirsi che il suo comportamento sessista non abbia danneggiato Trump?
Dopotutto il sessismo è ancora considerato ottima pubblicità.

Capire Gorino








Blazing Saddles (Mel Brooks, 1974)

Spin Off

Il boss la vuole morta. Ma lei è decisa a combattere.
Dopo Squadra Antimafia, Rosy Bindi – La Serie.

Squadra Antimafia – Il ritorno del Boris

Il regista indica la giovane attrice in fondo al set.
– Ma non è possibile, questa deve interpretare una vecchia moribonda, ed è una ragazzina! Almeno truccatela in modo decente!
L’assistente alla regia lo prende da parte.
– Pietro non vuole che la imbruttiamo.
– Neanche per questa scena?
– Neanche per un attimo – indica la segretaria d’edizione – d’altronde oggi le donne a sessant’anni si mantengono bene…
La segretaria si gira di scatto.
-‘A stronzi, che c’ho sessant’anni io?
Il regista allarga le braccia, esasperato.
– Ma Paolo ha cinquant’anni, quella interpreta la sua presunta madre, dovrebbe averne una settantina e ne dimostra venti, non possiamo buttarla in vacca fino a questo punto! Se è vietato truccarla da vecchia, non potremmo almeno prendere una vecchia vera?
L’assistente scuote la testa.
– No, questa della madre è la scena… madre. Pietro ci tiene che sia lei a interpretarla.
Il regista si volta verso il protagonista.
– Paolo, ti tocca fare la scena madre co’ quella.
– Ma l’hanno deciso se è davvero la madre?
– Ancora no. Forse l’anno prossimo. Facciamo un finale aperto.
– Come al solito.
Il regista allarga le braccia.
– Se ci cancellano, rimediamo col montaggio – Indica l’attrice in fondo – Questa scena ormai è così. Lei ti dice che è tua madre, tu l’abbracci e ti commuovi, ma in realtà non si sa ancora se ci credi veramente, o stai al gioco perché ti sta salvando il culo – ammicca – Tu falla un po’ straniato.
– No, dai, straniato no.
– Perché?
– È pseudo brechtiano.
– Cioè?
– Fa cagare.
– Dici?
– Fidati.
– Vabbè, falla come ti pare, tanto sei l’unico a non essere un cane maledetto – Si volta verso la troupe battendo le mani – Giriamo! Dai, dai, dai, che la portiamo a casa!

Spero di votare presto

Io ho un cugino, un cugino vero, di cui non posso più parlare, perché tutte le volte che si dice “mio cugino” sembra che si stia sparando una cazzata.
Uno dei danni peggiori che ci fanno i cazzari è rubarci anche la capacità di credere alla verità.

A riveder le stelle

re-silva8Nonostante la cancellazione improvvisa, o forse proprio grazie ad essa, Squadra Antimafia è riuscita a rimediare un finale perfetto. La serie in cui è nato Filippo De Silva non poteva che chiudersi con un suo trionfale e beffardo sguardo in macchina.

Seguire De Silva nella tana del Bianconiglio ha significato affrontare un’esperienza estrema che ancora mi mancava. Guardare una fiction italiana è un’avventura survivalista.
Il talento d’un Paolo Pierobon è raro quanto straordinario. Per il resto si viene sottoposti a dosi di cagneria così massicce da raggiungere terribili livelli di tossicità, molto superiori a quelli consentiti nel resto del mondo.
Supremo sprezzo del ridicolo, effetti e special-makeup da recita scolastica, e buchi di trama come immensi wormhole in grado di inghiottire intere galassie sono in definitiva orrori ben più sopportabili della sguaiata, tormentosa cagneria di certi interpreti, che tutto pervade aggiungendo veleno ai miasmi, come gas nervino in una fogna.

A questo punto del discorso ci starebbe un “però”, ma non c’è.
Non c’è nessun però, nessun motivo buono abbastanza per seguire una fiction italiana, per auto-infliggersi questa tortura. L’unico è stato De Silva, e ho l’impressione che per un bel pezzo non ce ne sarà un altro. Solo De Silva è valso la pena di questa discesa agli inferi, visto che gli inferi sono il suo regno.

Non so bene perché l’arte drammatica, nel paese che fu di Mastroianni e Melato, sembri precipitata così in basso, ma sospetto che il sistematico privilegiare la presunta telegenia rispetto al talento nella scelta del cast stia favorendo una selezione dei peggiori, dei meno adatti all’ambiente. Le vie della raccomandazione tuttavia sono infinite.

Il dispiacere di perdere di vista Filippo De Silva quindi non è mitigato solo dall’enorme sollievo che il suo personaggio sia alla fine – seppure fortunosamente – riuscito a scampare all’orrido destino redentore toccato a Ben Linus (le serie USA non sono certo esenti da difetti, a volte anche esiziali. In questo caso Squadra Antimafia ha fatto meglio di Lost) .
Non dover più sopportare la cagneria delle unità cinofile che circondavano De Silva è la prima consolazione nel giorno del distacco.

Omissis

De Silva-profiloDe Silva: “Questa non è la mia storia
(SAM s8 e10)

2010. Per la prima volta, dalla brodaglia primordiale della fiction italiana nasce una forma di vita intelligente: Filippo De Silva. Agente dei Servizi deviati, pluriomicida, torturatore, manipolatore, demiurgo. Immortale.
È un evento completamente imprevisto, un Cigno Nero.
2016. Arrivati allottava e ultima stagione della serie, è ormai plateale come De Silva sia l’unico personaggio del quale gli autori siano interessati a scrivereDe Silva è il loro Cristo (Non) Morto del Mantegna, il loro gnostico Re dei Re (quasiinconsapevole, mentre tutto il resto va letteralmente a puttane.

L’ultimo Boss di Livello della serie è Ulisse Mazzeo, il regalo d’addio che gli autori hanno fatto a De Silva: per la prima volta un avversario (quasi) alla sua altezza.
Un altro Demiurgo.
Abbastanza potente da tentare non solo di manipolarlo, ma anche di riscriverlodargli un altro nome, riscrivere la sua identità stavolta secondo Mazzeo, chiamandolo figlio.
Ma De Silva non è Luke Skywalker.

De Silva non è nato De Silva, è diventato De Silva, le sue origini biologiche sono irrilevanti. Potrebbe essere cambiato solo se venisse convinto d’essere diverso. Il sangue in sé non fa nessuna differenza.
Quindi la domanda non è “De Silva è Leone Mazzeo?” La domanda è “De Silva vuole essere Leone Mazzeo?” E la risposta è no, vuole solo interpretarne il ruolo finché gli servirà.
Come fa sempre.

De Silva è un simulatore di professione, le sue uniche crisi esistenziali sicuramente sincere sono quelle che accadono senza spettatori.
Ulisse Mazzeo mettendoselo in casa non fa altro che lo stesso identico errore commesso da tutte le sue precedenti vittime, Greco e Lipari, Rosy Abate e il Puparo, i fratelli Mezzanotte, il clan Afrikanez, la loggia Mantia, la famiglia Ragno.
Quante volte De Silva ha già ucciso il Padre? Quanti padri ha già ucciso? Sono fra le sue vittime preferite.

Così, alla fine di quella che sembra una melodrammatica agnizione, ci rendiamo conto di saperne su di lui ancora meno di prima. 
Incerto il padre, incerta anche la madre, sfuma nell’incertezza persino quel poco di backstory jugoslava che pensavamo di conoscere già. E con De Silva non potrebbe essere altrimenti.
La sua eccezionale resilienza agli errori di sceneggiatura deriva anche da questo Principio d’Indeterminazione.
De Silva forse non era affatto il bambino biondo figlio di Mazzeo, ma forse il ragazzino bruno che gli ha strappato la crocetta dal collo, e che forse l’ha ucciso, come forse (ne) ha ucciso anche il padre, per prendere il posto.

E in fondo non fa differenza, De Silva è De Silva, tutto lo psicodramma Mazzeo serve solo a fargli (ri)prendere coscienza d’essere comunque sempre stato un re, a prescindere dalle ascendenze.
Come non fa differenza che l’ultima scena che chiude la serie fosse stata forse originariamente girata come sequenza onirica per un altro episodio, perché come finale è perfetta.
Esplicita ciò che in fondo è stato vero fin dal primo giorno.

Tra la vita e la morte, lo Stato e la Mafia, la realtà e l’illusione, Re Silva regna per sempre sul Mondo (di Mezzo).

All Hail De King.

“Io metto le squadre una contro l’altra. E loro giocano per me. Vincono per me, perdono per me. Perché io sto per diventare il padrone del campo”.
Filippo De Silva, SAM s2 e7

Scrittura automatica

Una delle cose più irritanti di Kill the Moon è il fatto che, intervistato, Peter Harness continui a raccontare di non essersi reso conto d’avere scritto un sermone antiabortista.
I casi sono due: o Peter Harness è sonnambulo, o pensa che a dormire in piedi siamo noi.