Alla catena

– Dovreste essere contenti che la fabbrica abbia deciso di riportare la produzione di operai in Italia.
– Sì, ma le condizioni…
– Sono le stesse già applicate con successo in tutta l’Europa dell’est – dice l’amministratore – Gli embrioni umani vengono coltivati in vitro, in batterie da dodici. Al sesto mese di sviluppo accelerato, vengono inseriti nel meccanismo produttivo attraverso una serie di innesti biomeccanici collegati alla catena di montaggio, e iniziano il loro lavoro.
– Fisicamente collegati ai macchinari? – Chiede il delegato.
– Certamente – l’amministratore annuisce compiaciuto – Appositi macchinari che provvedono anche al loro sostentamento, attraverso l’immissione di fluidi nutritivi direttamente nel flusso sanguigno, allo sporadico inserimento di sostanze solide nell’apparato digerente per evitarne l’atrofia, grazie a un catetere esofageo, e al drenaggio ed eliminazione delle scorie attraverso una sonda rettale.
Il delegato osserva l’immagine sullo schermo.
– E questa mascherina a cosa serve?
– All’interfaccia visiva. Viene applicata dopo la rimozione dei bulbi oculari, e collega direttamente il nervo ottico degli operai al computer centrale della fabbrica – l’amministratore sorride – Niente più problemi di distrazione.
– Rimozione dei bulbi oculari?
– Sì, insieme agli organi sessuali, e altre parti del corpo inutili al processo produttivo.
– Ma è previsto che gli operai non facciano altro che lavorare 24 ore al giorno?
– No, questo ne pregiudicherebbe l’efficienza. Ogni dieci ore di lavoro ne vengono chimicamente indotte due di sonno ipnotico, durante le quali si approfitta per aggiornare il loro condizionamento mentale.
– E resteranno così collegati ai macchinari per tutta la vita?
– Finché non verranno superati da un modello più efficiente.
– Gli operai?
– No, i macchinari. Gli operai risulteranno in esubero, e verranno disconnessi. Poi saranno rottamati.
– I macchinari?
– No, gli operai.
Il delegato fissa l’immagine sullo schermo.
– Possono sopravvivere disconnessi dalle macchine?
L’amministratore si stringe nelle spalle.
– No, ma gli ammortizzatori sociali non sono un problema dell’azienda.
Il delegato scuote la testa.
– Non so quanto queste condizioni siano accettabili…
L’amministratore lo interrompe in tono oltraggiato.
– Opporsi al progresso per ragioni puramente ideologiche sarebbe un errore gravissimo – lo redarguisce – E mi costringerebbe ad attivare l’inibitore a scariche elettriche che lei e tutti i suoi colleghi avete saggiamente acconsentito a farvi installare alla base del cranio, dopo la scorsa trattativa. Allora, qual è la sua decisione? – Chiede l’amministratore, puntando il telecomando dell’inibitore.
Il delegato china la testa.

Pubblicato su Carmilla il 20 giugno 2010 

Annunci

Un paese di musichette

Prima la rivalutazione di Pierino, adesso quella dei Vanzina.
Basta.
Vacanze di Natale non c’entra un cazzo con Tutti a Casa, Il Sorpasso, Divorzio all’ItalianaLa Grande Guerra, A Cavallo della Tigre, o Il Boom.
La Commedia all’Italiana era spietata. Le farse dei Vanzina sono consolatorie.
E sono così loffie che non fanno neanche ridere.
L’unico erede della Commedia all’Italiana è stato Boris.
“Un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”, questo è il cinema dei Vanzina.

Idios Nation

Le ONG denunciano le stragi nel Mediterraneo da anni. I media però, dopo averlo creato, adesso con Salvini non adoperano la stessa ossequiosa reticenza che riservavano a Minniti.
Gliele sbattono in faccia. Giustamente, ma inutilmente.
I salviniani guardano i morti, ma non li vedono.
Li chiamano pupazzi, fotomontaggi, fake news.
Si proclamano nazionalisti, in realtà dimostrano la dissoluzione dell’Italia.
Gli italiani ormai non sono soltanto incapaci d’una cultura condivisa, ma anche d’una realtà condivisa.