Quinta stella a destra

La cosa interessante dell’intervista di Alessandro Di Battista a Propaganda Live è stata l’immane fatica sprecata da Zoro nel vano tentativo di ottenere dal Dibba una dichiarazione anche blanda di antifascismo.
Non c’è stato niente da fare.
Di Battista ha continuato a eludere la richiesta, arrampicandosi sul vetro di un’infinita supercazzola benaltrista, finché Zoro non s’è rassegnato, e ha cambiato discorso.
Il Dibba, considerato “l’ala sinistra” del M5S, evidentemente non ha nessuna intenzione di perdere i voti di CasaPound che il Movimento nega d’aver mai guadagnato.

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Stay Awake

Risultati immagini per Stay Awake day 5Nato come sub-genere a bassissimo costo, il post-apocalittico continua anche nel campo delle serie TV a dare il meglio di sé quanto meno è dipendente dalle aspettative del mercato.

Infatti, mentre The Walking Dead diventa sempre più piatto, convenzionale, retorico e monocorde, Z Nation si mantiene inventivo e beffardo, e con un budget ancora più esiguo fa miracoli Day 5, web serie Rooster Teeth, che partendo da un’idea geniale e inquietante nella sua semplicità, riesce a cucinare il giusto mix di paranoia, ironia, melanconia e horror che è la ricetta del miglior post-apocalittico.

Costruito sulla qualità della sceneggiatura, l’intelligenza dei dialoghi, l’umanità dei personaggi, l’efficacia delle situazioni, Day 5 è una piccola grande serie per la quale vale sicuramente la pena di perdere qualche ora di sonno.

Parola di Spot III

“Abbiamo scelto un’automobile silenziosa anche quando è accesa”.
Perché una silenziosa quand’è spenta erano capaci tutti.

“Noi italiani parliamo di cibo, sempre”.
Anche mentre suoniamo il mandolino.

“Uffa, un’altra giornata con la nonna e il suo dolore al ginocchio”.
Ma no, oggi la nonna s’è messa la pomata antidolorifica, quindi può prenderti a calci in culo come meriti.

Egemonia culturale

Primavera 2017, a Dimartedì, condotto da Giovanni Floris su La7, si parla d’immigrazione. 

“Ci sono anche immigrati che sono in regola, lavorano, e pagano le tasse” ricorda Bersani.
“Ma non hanno niente a che vedere con la marmaglia che infesta le nostre strade” ribatte Salvini.
Il pubblico applaude.
Il conduttore non fa una piega.
Bersani s’affretta a precisare “Ma lo dico anch’io che sono troppi”.

L’ennesima replica

“La fantascienza è una forma d’arte sovversiva” – Philip K. Dick
O non è fantascienza.

Com’era logico aspettarsi, Blade Runner 2049 – pretenzioso, prevedibile, pallosissimo – ha ancora meno a che fare con Do Androids Dream of Electric Sheep? dell’originale Blade Runner del 1982, a parte l’estetica postatomica.
Per l’ennesima volta gli androidi, i replicanti, sono una piatta allegoria degli schiavi, e nel caso a qualcuno sfuggisse ancora il concetto, il Cattivo lo enuncia a voce alta, parola per parola.
Per l’ennesima volta il vero discrimine fra Umano e Non Umano non viene indagato, ma comodamente declassato a discriminazione “razziale” pretestuosa e crudele.
A dispetto del tono cupo, solenne e sussiegoso, e della compiaciuta violenza misogina, Blade Runner 2049 è quindi sostanzialmente consolatorio.

In 35 anni di sfruttamento intensivo dell’opera dickiana, l’industria dello spettacolo non ha realizzato nemmeno UN prodotto che anche soltanto SOMIGLI al testo dickiano al quale si dichiara ispirato. Questa è l’ulteriore riprova di quanto l’autentica fantascienza di Philip K. Dick fosse davvero sovversiva, e perciò inaccettabile per l’industria. E di quanto lo sia ancora.

Il Rick Deckard originale di Do Androids Dream of Electric Sheep? non è un cacciatore di schiavi. È un cacciatore di nazisti.

1991

Ho una notizia buona, e una cattiva.
La notizia buona è che Il Portaborse (1991) è ancora attualissimo.
La notizia cattiva e che Il Portaborse (1991) è ancora attualissimo.

Uomini Sòla

Scritto da Franca Valeri, Edoardo Anton, Ennio Flaiano e Dino Risi, con la collaborazione di Cesare Zavattini, Il segno di Venere è uno di quei capolavori della commedia all’italiana ad essere così puntuale e spietato nella descrizione della natura umana da non aver perso in 62 anni neanche un briciolo della sua efficacia.

Attraverso il loro rapporto con le due protagoniste, le cugine Cesira (Franca Valeri) e Agnese (Sofia Loren) il film demolisce completamente quattro archetipi maschili, in ordine d’apparizione: il Gentiluomo (Peppino De Filippo) che si rivela un viscido maniaco; il Fuorilegge (Alberto Sordi) un cialtrone patetico; l’Eroe (Raf Vallone) un meschino opportunista; e l’Intellettuale (Vittorio De Sica) un cazzaro e un pappone.

Anche il ritratto che Franca Valeri dà del suo personaggio però non manca d’affilata autocritica, specialmente nel modo in cui all’inizio Cesira tende a dare ad Agnese la colpa del ripugnante comportamento degli uomini che le circondano, pur di non perdere le sue illusioni su di loro, e su se stessa.
La verità è che la bella e sprovveduta Agnese è solo apparentemente più fortunata della cugina. In una società sessista infatti, nessuna donna lo è davvero.
Se sei considerata sessualmente appetibile – fuckable – sei trattata come un trancio di carne.

“È un picnic, c’è chi porta un fiasco di vino, chi porta una mortadella, io porto lei”.
(Il Gentiluomo, di Agnese)

Se invece sei considerata unfuckable, praticamente non esisti, se non come strumento per ottenere qualcos’altro.

“Perché non m’hanno aspettato?”
“Ma chi aspettano? Aspettano te?”
(Il Fuorilegge, a Cesira)

Lo smascheramento definitivo dell‘Intellettuale è riservato per il finale. Dopo aver corteggiato Cesira per i suoi risparmi alla Posta, il poeta Alessio Spano, che millanta di stare scrivendo un dramma sulla condizione della donna, preferisce i più sostanziosi risparmi d’una cartomante ex prostituta, nel cui appartamento s’installa come un parassita.
Proprio l’uomo dal quale Cesira s’aspettava qualcosa di meglio sarà quello che le darà la delusione definitiva.

Salutami a Sarek

“You helped start a war, don’t you wanna help me end it?” (Star Trek Discovery)

Dall’ambigua utopia kennedyana di TOS alla paranoia guerrafondaia di Enterprise, le serie di Star Trek sono sempre state, nel bene e nel male, lo specchio dei loro tempi. Star Trek Discovery però è persino peggiore di quanto fosse doveroso aspettarsi.
Come Enterprise, e la saga cinematografica, è un prequel: ormai da vent’anni Star Trek ha rinunciato al futuro, e non fa altro che riscrivere sempre lo stesso passato pre-TOS. Sapremo mai cos’è successo alla Federazione dopo Picard? È stata assimilata dai Borg?
Discovery riscrive la guerra coi Klingon, sfigurandoli sia narrativamente che fisicamente per farne una rozza metafora dell’Isis, il nemico feroce e fanatico dello Scontro di Civiltà.
Un nemico presentato come mostruoso a cominciare dalle grottesche nuove maschere facciali, che impediscono agli attori di comunicare le emozioni con espressioni del volto, cosa che volutamente rende più difficile per il pubblico empatizzare coi loro personaggi.

La protagonista di conseguenza non è in missione esplorativa, ma in cerca di riscatto e vendetta, a dispetto del suo background vulcaniano. Michael è infatti stata allevata da Sarek, espediente che serve a riportare in scena un personaggio già noto ai fans, ma che nel contesto della storia non ha molto senso, come il fatto che Sarek sembri avere con lei un legame sia affettivo che telepatico più profondo di quello mai avuto col figlio Spock.

Adottata e addestrata dall’ambasciatore vulcaniano, capace di abbattere un guerriero klingon da sola, unica a capire in anticipo la minaccia rappresentata dal Califfato Klingon, geniale, indomita, adamantina… Michael è una Mary Sue, circondata da mezze figure stereotipate e bidimensionali fra le quali faticano a distinguersi i coprotagonisti, il Rude Capitano, la Fanciulla Impacciata, lo Scienziato Pignolo, l’Alieno Formale come un maggiordomo (un incrocio insignificante fra alcune delle caratteristiche superficiali di Data e Odo). Tutti sembrano usciti da un raccontino degli anni ’30 pre-Golden Age, come d’altronde il plot principale.

Discovery non torna solo indietro nel tempo nella saga di Star Trek, ma anche nella storia della fantascienza, facendola regredire all’era delle scazzottate spaziali. Che Gene Roddenberry detestava.

I fabbricanti di cazzate

Mi sono rotta i coglioni degli sceneggiatori incapaci convinti di poter “migliorare” le storie di Philip K. Dick snaturandole e sfigurandole per ridurle ai soliti stereotipi, alle solite logore stronzate convenzionali, pretenziose ed inutili.
Il fabbricante di cappucci (The Hood Maker) primo episodio della serie antologica Philip K. Dick’s Electric Dreams è l’idea che hanno di PKD quelli che non lo hanno MAI letto, e non so se avrò la pazienza di guardare gli altri episodi benché siano di sceneggiatori diversi, perché di solito tutti gli sceneggiatori dimostrano verso i testi di Philip K. Dick questo stesso atteggiamento revisionista, pretenzioso e idiota.

Update:
Come pensavo, gli altri episodi non sono migliori.
Impossible Planet è diventato una specie di love story, che sostituisce il beffardo plot twist del finale originale (che ha fatto scuola) con una pretenziosa melensaggine di desolante bruttezza. The Commuter una lagna inutilmente ricattatoria e deprimente; Sales Pitch (Crazy Diamond) una pantomima stucchevole; Exhibit Piece (Real Life) un cazzo di poliziesco.
La cosa che mi fa più incazzare è l’idea che chi non ha mai letto Philip K. Dick, guardando questa serie possa pensare che scrivesse davvero certe stronzate.

Un classico

La7 aveva programmato la serie classica di Star Trek dal lunedì al venerdì alle 17:40.
Dopo un solo giorno di messa in onda, l’ha retrocessa alle due di notte. 
Su La7d.

Certe cose non cambiano mai.