In tema

Per recuperare audience, un paio di talk show politici hanno aggiunto in coda un’appendice paramedica sulle norme igieniche nei luoghi pubblici.
I risultati dei tamponi sono impietosi: nella metro batteri fecali, nella sauna batteri fecali, nella pizza batteri fecali.
Vanno ovunque.
Non hanno vincolo di mandato.

Anima Persa

Circa dieci anni fa, prima che Lost andasse a puttane, ho scritto quest’apocrifo crossover finora inedito, ispirato a One of Them, e all’episodio migliore della serie: The Shape of Things to Come.

 *  *  *

– Vi auguro di non avermi mentito – disse Eymerich in tono minaccioso, scendendo da cavallo. Il pingue frate benedettino gli corse incontro trafelato.
– Magister, ve lo giuro, è comparso dal nulla parlando una lingua infernale!
– Almeno tre o quattro lingue infernali – aggiunse un confratello.
– Comparso dove? – Chiese Eymerich.
– Nella radura dietro il convento, sembrava piovuto dal cielo – disse il primo frate.
– Dall’inferno! – Lo corresse il confratello.
– Basta, portatemi da lui. – tagliò corto l’inquisitore. Quei benedettini lo innervosivano. Sembravano davvero convinti d’aver catturato una creatura infernale, cosa che a guardarli gli sembrava altamente improbabile. Lo condussero a una cella. Incatenato in un angolo giaceva quello che a prima vista sembrava solo un fagotto di stracci.
– Volete interrogarlo Magister? – Chiese il primo frate.
– M’avete detto che parla in demoniese – rispose Eymerich, sarcastico.
– No, parla anche un po’ di catalano – rispose il secondo – anche per questo abbiamo chiamato voi.
– Un po’ di catalano? Me lo farò bastare.
L’inquisitore entrò nella cella. I benedettini si dileguarono. L’uomo rannicchiato nell’angolo sollevò la testa. Eymerich notò i suoi occhi chiarissimi nonostante la penombra. L’uomo lo fissò.
– Padre, vi prego, aiutatemi – disse in catalano, con un filo di voce – questi frati sono pazzi. M’ hanno incatenato qui dicendo che gli servivo per voi.
– Per me?
– Sì, li ho sentiti parlare d’un inquisitore che volevano attirare qui dicendogli d’aver catturato – scosse la testa, e la chinò – un demone – la sua voce si spense in un sussurro incredulo.
Eymerich avvicinò la torcia al prigioniero. L’uomo trasalì, appiattendosi contro il muro. L’inquisitore vide ch’era ferito al braccio destro.
– Chi o che cosa sei? Bada di non mentirmi. Io sono Nicolas Eymerich. Questo non è ancora un interrogatorio formale, ma può diventarlo, e credimi, qualsiasi cosa tu abbia subito finora non sarà niente al confronto di ciò che posso farti infliggere io.
Il prigioniero deglutì.
– Mi chiamo Enrique Gallus, e vengo dalla Catalogna. Sono un pellegrino. Ho chiesto riparo per la notte a questi frati, e loro m’hanno imprigionato, dicendo che sarei stato perfetto come esca. Che sareste venuto qui, e m’avreste preso davvero per un demone.
Alla luce della torcia i suoi occhi sgranati scintillavano di bagliori rossastri.
– A quale scopo?
Il prigioniero allungò lentamente il braccio sinistro per quanto glielo consentiva la catena, e indicò la porta.
– Imprigionare anche voi.
Eymerich si voltò. La porta era chiusa e priva di maniglia.

* * *

Appena uditi i colpi imperiosi, il benedettino grassoccio si precipitò alla porta della cella.
– Magister, siete voi?
– Apritemi immediatamente!
– Siete proprio voi? Non siete… posseduto?
Con una spallata violenta Eymerich scardinò la porta, uscì come una furia, e s’avventò sul frate, sbattendolo contro la parete di fronte.
– Che cosa avevate intenzione di fare? – Ringhiò.
Il benedettino rabbrividì violentemente.
– Il demone ha detto che sarebbe riuscito a trasformare in un suo succube chiunque avesse osato interrogarlo – balbettò – ha detto che è quello che fa sempre. Noi confidiamo in voi Magister, sappiamo che nessuno vi è secondo nella lotta contro i demoni, ma prima di aprivi volevamo essere certi che foste ancora voi.
Eymerich si voltò verso l’uomo nella cella.
– Mostratemi dove l’avete trovato – disse al frate. Poi si rivolse al prigioniero – Avrai il tuo interrogatorio formale. E saprò esattamente cosa chiederti.

* * *

Quando tornarono, l’inquisitore portava un fagotto sotto il braccio.
Il prigioniero sollevò lentamente la testa con aria dimessa.
Senza una parola, Eymerich svolse il fagotto davanti a lui. Era una giacca.
Il prigioniero la vide. La sua espressione cambiò completamente. Diventò gelida.
– Così l’hai trovata – disse in castigliano perfetto. Anche la sua voce era cambiata. Più profonda.
– Non è stato difficile, non devi avere avuto il tempo per seppellirla bene. Avresti forse potuto continuare a ingannare questi frati, ma non me – Eymerich indicò lo strano simbolo ottagonale sulla giacca – io so bene cos’è questo.
– Cos’è? – Chiese timidamente il benedettino.
– L’emblema d’una setta che si nasconde in questa zona, dove è stato trovato varie altre volte su oggetti bizzarri. Sospettavo che c’entrasse la setta, perciò ho risposto alla vostra richiesta d’aiuto. L’ottagono veniva usato anche dai Templari. Federico II° di Svevia, l’eretico, ha persino fatto costruire un intero castello con questa forma, Castel del Monte.
– Non ne sapevo niente – disse il frate..
– Non mi stupisce – commentò Eymerich, sarcastico.
– Credo che anche tu non ne sappia poi granché, Nicolas – disse il prigioniero, con l’ombra d’un sorriso.
– Ho trovato l’ingresso del vostro covo – rispose l’inquisitore, sprezzante, ed estrasse un paio di grosse pinze rugginose dalla bisaccia alla cintola.
Il prigioniero le guardò, e rimase impassibile.
– Saprai anche dov’è il tempio, ma senza uno di noi non riuscirai mai a entrarci – disse.
Eymerich s’infilò la giacca nella bisaccia, e impugnò le pinze.
Agganciò l’anello che legava al muro la catena del prigioniero, e lo spezzò.
– Lo so – disse – ed è per questo che tu verrai con me. E mi ci farai entrare.
Afferrò la catena, e con uno strattone violento lo costrinse ad alzarsi.
– A meno che tu non preferisca descrivermelo durante quell’interrogatorio formale.

* * *

Quando arrivarono era quasi buio. Il prigioniero si fermò davanti a un pozzo ottagonale. Eymerich strattonò ancora la catena. L’uomo fece scorrere le mani sul bordo del pozzo, come per saggiare la consistenza delle pietre. Il pozzo s’aprì in due verticalmente, svelando al di sotto l’inizio d’una scalinata a chiocciola che sembrava arrivare al centro della terra. Il benedettino che portava la torcia si ritrasse, visibilmente intimorito. L’inquisitore gettò le pinze, e gli strappò la torcia di mano.
– Scendi – ordinò al prigioniero, che obbedì.
– Magister, vi calerete nel cuore dell’inferno senza una scorta armata? – Chiese il frate, tremante.
– Sarebbe forse la prima volta? – Rispose Eymerich, e s’avviò.
L’angusta e vertiginosa scalinata pareva interminabile. Finalmente giunse l’ultimo gradino, e i due sbucarono in un’ampia caverna ingombra di misteriosi manufatti. L’inquisitore sollevò la torcia, e si guardò attorno attentamente.
Il prigioniero afferrò la catena, e con uno scatto violento la strappò di mano a Eymerich. Poi la fece roteare un paio di volte, e la usò come una frusta contro l’inquisitore.

*  *  *

Quando Eymerich si riprese, i ceppi della catena erano ai suoi polsi, bloccati a un anello del muro.
– Mi dispiace – gli disse l’uomo, in tono gentile. Aveva indossato la giacca col simbolo – Vedi Nicolas, io non dovrei essere qui. Ci sono finito per sbaglio, e devo assolutamente andarmene – Cominciò ad armeggiare coi manufatti – Questo è un secolo in cui per fortuna si finisce raramente. Sapevo che c’era una stazione costruita da chi c’era finito, ma non sapevo esattamente dove. Quindi mi serviva un esperto dei luoghi magici di queste parti per trovarla. E chi meglio di te? – Accennò un sorriso.
– Ti sei lasciato imprigionare volutamente da quei frati idioti perché chiedessero il mio intervento? Hai nascosto volutamente male la tua giacca perché io la trovassi, e ti trascinassi qui?
L’uomo annuì – mi dispiace, ma dovevo – ripeté, e continuò ad armeggiare.
– Magister, avevate proprio ragione a chiedermi di seguirvi a distanza – disse frate Pedro Bagueny, sbucando dalla scalinata armato delle grosse pinze.
L’uomo sgranò gli occhi, poi li alzò al cielo. Estrasse una sorta d’astuccio nero dalla tasca della giacca. Bagueny gli si scagliò contro mulinando le pinze. L’astuccio nero si rivelò un bastone telescopico di metallo. Con due fendenti l’uomo parò l’assalto di Bagueny, e riuscì a stordirlo, sbattendolo a terra – Io me ne devo andare – disse cupo.
– L’unico posto dove andrai è l’inferno! – Ringhiò Eymerich. L’uomo si voltò a fissarlo.
– Nicolas, tu sei una delle persone più intelligenti e colte del tuo secolo, questa cieca superstizione non ti fa onore. Le cose non sono così semplici, e da qualche parte dentro di te anche tu lo sai.
Pedro si riprese, si alzò appoggiandosi alla parete, e con le pinze agganciò l’anello dei ceppi di Eymerich.
L’uomo pigiò alcune pietre istoriate di bizzarri geroglifici sulla parete accanto a lui. La caverna vibrò violentemente.
Pedro spezzò l’anello dei ceppi.
L’uomo richiuse il bastone, e se lo infilò nella tasca dei pantaloni.
Eymerich si liberò.
L’uomo sgusciò dentro una profonda nicchia nella parete.
Eymerich gli si avventò contro.
La nicchia si riempì di luce bianca accecante.

* * *

L’inquisitore riprese i sensi di colpo, in modo violento e doloroso. Una luce bianca lo accecava ancora, ma era quella del sole. Sentì delle voci, e un crepitio. Si tirò su a fatica, e vomitò.
Si guardò attorno: era nel mezzo d’una zona desertica. Poco distante un cavallo, e i corpi di quelli che sembravano due saraceni. Uno dei due respirava ancora.
Eymerich ricordò d’aver già sperimentato una volta quella sorta di demoniaco viaggio istantaneo, al tempo della sua lotta contro le streghe di Diana. Quindi non si lasciò sopraffare dal disorientamento. Recuperò il cavallo, ci montò sopra, e lo spronò verso Ovest.

* * *

Ben Linus finì di medicarsi il braccio, e controllò Wikipedia. Nicolas Eymerich risultava morto nel 1399, quindi non poteva essersi teletrasportato nel futuro insieme a lui come gli era sembrato che fosse successo.
Eppure….
Sì ricordò degli esperimenti Dharma: quando adoperato a carico doppio, il teletrasporto temporale funzionava come un duplicatore, trasferendo nel futuro solo una copia del secondo passeggero, e lasciando l’originale nel tempo di partenza.
Possibile che ci fosse un doppelganger di quell’inquisitore medievale in giro per il XXI secolo?  Ben rabbrividì.
Aveva però problemi più urgenti a cui pensare.
Riuscire a trovare il modo di tornare sull’isola.

Il Potere della Parola

Nel 1994 della pubblicazione di Nicolas Eymerich Inquisitore, arrivavano alla Tv italiana le prime 5 stagioni di Star Trek The Next Generation. Quest’inedito è il primo apocrifo crossover che ho scritto qualche anno dopo. Gli episodi di TNG citati sono Journey’s End e Ship in a Bottle.

 *  *  *

Deanna finì di sistemarsi il lungo abito di foggia trecentesca.
– Su cosa è basato questo tuo nuovo programma olografico, William? Si direbbe una saga medievale.
Riker accennò un sorriso sornione.
– È molto di più. Una serie di romanzi scritti fra il XX° e il XXI° secolo in Italia da Valerio Evangelisti.
– C’era ancora l’Italia nel XXI° secolo?
– Solo nei primi anni, prima di sparire sotto il livello del mare per lo scioglimento dei ghiacciai.
– Sono pronta – annunciò Deanna sorridendo. Riker le offrì il braccio, e insieme entrarono sul ponte ologrammi. Deanna si mostrò subito ammirata per la precisione dei dettagli.
– È una tipica caratteristica dei romanzi che ho voluto trasporre fedelmente nel programma – disse Riker, con una punta d’orgoglio – Il protagonista è ispirato a un personaggio storico realmente esistito,  d’origine ispanica come gli antenati conquistadores del capitano. Ti sorprenderà – aggiunse ammiccando.
– Non vedo l’ora – sorrise Deanna.
Una freccia trapassò la gola di Riker.
Il primo ufficiale emise un rantolo soffocato, poi crollò di schianto.
Deanna urlò, e si chinò su di lui, sconvolta.
– Emergenza sul ponte ologrammi! – Gridò – Computer! Blocca il programma!
Fu inutile.

 *  *  *

Eymerich era furibondo.
– Magister, era l’unico modo per fermarlo – disse il balestriere – l’abbiamo visto apparire dal nulla, e lo sapevamo capace di sparire in un attimo. Era un demone!
– I demoni sono spiriti incorporei, questo invece è un cadavere che non può rivelarci più nulla – scandì Eymerich – E vi siete anche fatti scappare la femmina!
– Sì Magister – ammise il balestriere, visibilmente spaventato dalla furia dell’inquisitore – però stavolta non è riuscita a dissolversi, s’è solo confusa tra la folla.
– Perché ho scoperto le loro formule, e so come invertirle. Non sono demoni, solo negromanti – si rivolse al resto delle guardie – è il momento di agire.

 *  *  *

– Uno dei personaggi ha preso il controllo del ponte ologrammi? Di nuovo? – Picard si girò verso Data.
– Dev’essere diventato senziente, com’era accaduto a Moriarty – rispose l’androide.
– Come stanno Deanna e William?
– Entrambi i loro segnali vitali sono cessati – rispose Beverly, pallida – ma potrebbe essere perché l’ologramma è riuscito a schermare il ponte, interrompendo ogni comunicazione
– Ma com’è possibile che il computer gli obbedisca così? – Protestò Worf – Conoscere i codici d’accesso non basta…
Le porte s’aprirono. Eymerich marciò deciso in plancia.
Picard s’alzò e lo fissò.
– Adesso capisco – disse – William t’ha dato il mio aspetto. Una sorta di omaggio, probabilmente – aggiunse malinconico – anche per questo il computer ti riconosce come un’autorità legittima.
– Io sono l’unica autorità legittima – disse l’inquisitore, sprezzante – E sei tu che stai imitando il mio aspetto. Ma non ingannerai più nessuno.
– Suppongo che tu sia riuscito anche ad accedere ai protocolli del Dottore Olografico per riuscire a materializzarti al di fuori del ponte ologrammi.
– Ti riferisci al fatto che posso spostarmi dove voglio? Posso anche trasferire ciò che voglio. Computer, sicurezza! – Ordinò. Un paio di balestrieri si materializzarono al suo fianco, tenendo sotto tiro il resto della plancia.
– Sei stato abile – commentò Picard.
Eymerich accennò un sogghigno.
– In realtà non è stato difficile. Tutto il vostro potere non è che una ragnatela di parole. Ogni volta che uno di voi si manifestava, io ne annotavo o facevo annotare ogni frase, specialmente quelle che suonavano prive di senso. Così ho scoperto tutte le vostre formule, e come usarle contro di voi.
Picard scosse la testa.
– Credi di sapere tutto? Non hai idea di quello che non sai. Non hai idea di dove ti trovi né del danno che potresti fare se prendessi davvero il controllo di questa… unità.
– Non preoccuparti di quello che non so – rispose l’inquisitore – perché lo scoprirò. Computer! – Ordinò – Programma Quaestio Eymerich Uno. Eseguire!

Keep Calm and Marathon

Quando accendo la Tv su La7 e non ci trovo una maratona di Mentana temo subito che sia successo qualcosa di grave.

The Final Retcon

Il series finale di Sherlock è stato così scadente che parte del pubblico l’ha creduto un falso, ed ha chiesto alla BBC di mandare in onda “quello vero”.

Dopo aver cercato per anni di “appropriarsi” di tutto il canone di Doctor Who riscrivendolo retroattivamente, e tentando di rendere un personaggio inconsistente da lui creato, Clara, la “vera” protagonista della serie, Moffat ha cercato di fare lo stesso coll’universo sherlockiano.
Come nell’episodio Listen di Doctor Who aveva fatto di Clara l’accidentale responsabile dell’origin story del Dottore, per il series finale di Sherlock ha creato Eurus, improbabile sorella segreta sociopatica di Sherlock, apposta per affidarle un ruolo analogo.

In The Final Problem quindi Eurus interpreta in modo piatto e monocorde lo stereotipo della Strega dell’Est al quale il suo nome allude, cercando d’accreditarsi come la “vera” protagonista dell’universo sherlockiano, responsabile del trauma primigenio che ha plasmato tutta la personalità di Sherlock e profondamente segnato quella di Mycroft; regista occulta delle trame criminali di Moriarty; nonché personificazione della Melancholia, dominus delle loro vite.
Il tentativo, ‎velleitario quanto fallimentare, produce un episodio di rara bruttezza crivellato di plotholes, un lugubre pastrocchio d’incongruenze, forzature, assurdità e logori espedienti scopiazzati da altri franchise. Batman, Saw, Hannibal, Skyfall, tutti gli horror asiatici degli ultimi 20 anni, non c’è niente in The Final Problem che non sappia di sbobba riciclata, come non c’è più niente nel rintronato energumeno che lo Sherlock di Moffat è diventato che ricordi l’Holmes originale, o anche soltanto quello del pilot.

Se la serie aveva avuto un merito particolare, anche grazie all’interpretazione di Martin Freeman, era il tentativo di aggiungere un’inedita complessità al personaggio di John Watson. Anche questo è stato azzerato dalla quarta stagione, in favore d’un ringhioso cliché da action movie.
La chiosa postuma affidata alla povera Mary Morstan (che anche da morta cambia personalità a ogni episodio) “Non importa chi siete davvero, quello che conta sono le avventure”  suona infatti come una patetica giustificazione dell’incapacità dell’autore di costruire personaggi coerenti.
Cazzaro come al solito, Moffat aveva promesso che questo finale avrebbe “fatto la Storia della TV”.
Se Sherlock passerà alla Storia, sarà per essere riuscito in soli 13 episodi a diventare la peggiore parodia di se stesso.

Prossimamente

Una lista dei blockbuster in arrivo per il 2017:

Supereroi
Altri Supereroi
Supereroi avanzati dalla volta prima
Supereroi che abbiamo trovato dietro al divano
Supereroi che abbiamo trovato in fondo all’armadio
Supereroi che abbiamo trovato nello sgabuzzino delle scope
Supereroi che abbiamo trovato nel garage fra gli scarafaggi
Supereroi che avevamo deciso di buttare, ma poi ci siamo detti beh, tanto vale usare anche questi
Supereroi che avevamo già buttato, ma siamo andati a recuperare dal cassonetto
Supereroi che sembrano copiati da quelli degli altri, ma in realtà erano stati creati prima, giuro
Supereroi effettivamente copiati da quelli degli altri
Supereroi imbecilli e ridicoli, ma abbiate pazienza sono proprio gli ultimi che ci sono rimasti
Sorpresa! Indovinate cosa abbiamo trovato? Altri Supereroi.

La risposta

Nel finale de Il Sorpasso, l’idea che dà la reazione di Bruno (Gassman) alla morte di Roberto (Trintignant) è che non sia la sua prima vittima.
Bruno ha bisogno d’un pubblico, in particolare ha bisogno di spettatori come Roberto.
Molti giustamente riconoscono in Bruno la personificazione del boom economico, per quello che fa credere a Roberto di poter essere, prima di lasciarlo morto sul fondo d’un burrone.
Anche Bruno però non è quello che fa credere di essere.

Bruno sa che tutto il vitalismo e la sicumera che ostenta in realtà sono una recita. Sa che il personaggio che interpreta è fittizio, quindi ha bisogno d’uno spettatore che lo renda temporaneamente reale credendoci. 
Per questo va a caccia di spettatori da trascinare e consumare nella sua fuga da se stesso, nel suo tentativo di sorpassare la realtà, sorpassare la morte.
Roberto non è stato il primo, e non sarà l’ultimo.

Sara: “Perché fai quello che fai?”
De Silva: “Non ce l’ho una risposta. Non ancora”. 
(SAM, s7e10)

Quando De Silva non ha nessuno da manipolare, non ha una vittima, uno spettatore per il quale allestire uno dei suoi regni illusori, ed è costretto a rimanere, seppure per poco, da solo con se stesso, precipita in una specie di buco nero esistenziale.
De Silva sa che i mondi che costruisce sono fittizi come tutti gli altri, quindi ha bisogno di qualcuno che li renda temporaneamente reali credendoci.
Altrimenti resta solo di fronte alla visione di ciò che Philip K. Dick chiama le travi sotto il pavimento della realtà.

De Silva è Bruno.

Stalk Trek

passengersParere diffuso è che Passengers sia diretto al pubblico femminile, sia un film di fantascienza per donne. Questo è un insulto sia per la fantascienza, che per le donne.
In realtà ciò che succede al protagonista di Passengers è la realizzazione d’una tipica fantasia maschile, mentre la protagonista si ritrova intrappolata in un incubo degno di Shining, con tanto di labirintici corridoi deserti, e barista citazionista.
Un incubo che gli spettatori maschi trovano romantico, addirittura troppo romantico.

Svegliatosi in anticipo dalla stasi tutto solo sull’astronave per un guasto alla capsula, Jim il protagonista di Passengers si sceglie Aurora, la più figa degli altri passeggeri in stasi, e la sveglia perché gli faccia compagnia, pur sapendo che significa condannarla a una vita d’isolamento nello spazio, visto che l’arrivo sul pianeta extrasolare è previsto dopo un secolo.

Jim è un cialtrone, che in realtà non sarebbe neanche capace di salvare l’astronave se il povero Fishburne, da bravo Deus Ex Machina, non apparisse a spiegargli per filo e per segno la causa dei guasti, per poi morire come si conviene agli afroamericani nei film di genere, lasciandolo di nuovo solo con Aurora.

Eppure Aurora s’innamora perdutamente di Jim, lo perdona, e alla fine decide di sacrificare volontariamente tutti i suoi sogni, i suoi interessi e i suoi progetti, pur di passare il resto della vita completamente sola con lui nello spazio. Si sa, le donne credono di voler scrivere, viaggiare, conoscere mondi nuovi, vedere il futuro, ma in realtà per essere felici tutto quello che gli serve è un marito, no?

Passengers è stato definito una specie di Titanic astrale, in realtà è un Sette spose per sette fratelli con una sola sposa e un solo fratello.
Sempre la stessa perniciosa convinzione degli uomini che la storia con la donna che vogliono possa anche cominciare con una loro imposizione – un rapimento, un ricatto, uno stupro – ma alla fine, se insistono abbastanza, se fanno qualcosa di grande, lei non potrà fare a meno di amarli.
La Bisbetica sarà domata, la Bella sposerà la Bestia, e vivranno felici e contenti.
È la nefasta illusione della quale si nutrono tutti gli stalker.
Dai semplici rompicoglioni, agli assassini.

In una versione più realistica della storia, Aurora scoprirebbe che in realtà è almeno la decima ad essere stata svegliata. Jim ha espulso tutte le precedenti nello spazio perché lo hanno respinto.

There’s something on your back, Doctor

Con uno special natalizio d’una stupidità deprimente è cominciato l’ultimo anno della disastrosa gestione Moffat.
Chris Chibnail dovrà faticare parecchio per recuperare la serie dal cassonetto nel quale è finita, e non solo qualitativamente.

La reazionaria e pasticciata restaurazione di Gallifrey non è l’unico retcon a rendere totalmente incompatibile l’era Moffat con la precedente.
L’aver cancellato dalla memoria degli umani il ricordo di tutti i precedenti incontri con alieni, eliminando così anche l’indispensabile backstory di Adelaide Brooke; l’aver cercato di spargere Clara lungo tutta la timeline del Dottore, nel pretenzioso quanto vano tentativo di farne “la companion più importante di tutti i tempi”; il finale del farsesco The Husband of River Song, nel quale Twelve rivela improvvisamente a River quando e dove lei morirà.
Per non parlare del pastrocchio di Trenzalore, pianeta sul quale il Dottore sarebbe dovuto morire per poter incontrare Clara, e dal quale è tranquillamente uscito vivo, incapsulando così tutta l’era Moffat in un enorme paradosso.
Come un sub-universo creato da un parassita alieno, lo scarafaggio di Turn Left.
Un sub-universo stercorario da far collassare al più presto.

The Saviors

Negan è la personificazione del peggior incubo degli americani: che qualcuno tratti loro come loro trattano il resto del mondo.