Futura

Dopo il successo di Mad Max Fury Road, arriva Terminator Dark Fate a recuperare l’altra saga, partendo dal finale del secondo capitolo Judgment Day, per riscriverla al femminile. E funziona molto meglio dei deprimenti sequel e i fallimentari tentativi di reboot che di fatto cancella dalla timeline.

La futura leader della resistenza umana adesso è una donna, Dani, non suo figlio, ed è una donna Grace, l’eroica cyborg spedita nel passato per proteggerla. Al loro fianco torna finalmente in scena la vera Sarah Connor di Linda Hamilton, con l’immancabile Terminator redento (e invecchiato) di Arnold Schwarzenegger.
Sullo sfondo, l’America xenofoba del muro col Messico e delle gabbie per migranti, e Legion, una nuova cyber-minaccia apocalittica peggiore di Skynet.

Insieme a Skynet sparisce John Connor, ed è difficile rimpiangerlo. In nessuna delle sue incarnazioni era mai davvero riuscito a guadagnarsi sul campo il ruolo messianico che la narrativa gli assegnava, ritrovandosi leader più per meriti altrui che propri.
Dani invece dimostra subito in battaglia le proprie attitudini, lasciandoci intuire la sua identità futura ben prima che ci venga rivelata. Un buon esempio di “Show, don’t tell”.

Altrettanto apprezzabile il fatto che la presa di coscienza che umanizza il Terminator di Schwarzy stavolta sia autonoma, e non frutto d’una riprogrammazione subita.

Saranno gli incassi a decidere se le ragazze avranno un secondo film per salvare il mondo da Legion, per adesso hanno salvato una saga che, dopo il pessimo Terminator Genisys (sì, si scrive così) sembrava ormai destinata solo alla rottamazione.

True story

Ho visto su La7 un documentario sull’uccisione di Bin Laden. Hanno intervistato i suoi vicini di casa, chiedendogli: “Com’era la famiglia Bin Laden?”
Loro hanno risposto: “Persone gentili, salutavano sempre”.

(Se non mi credete, potete guardare il documentario in streaming su Rivedi La7)

Fatwoman

Propongo un sequel di Joker che rilegga nella stessa chiave il personaggio di Catwoman, facendone una gattara sessantenne di 90 chili, che sfrattata dal suo sottoscala, si riduce a dormire nei vicoli, vestita non di latex, ma coi sacchetti neri della spazzatura.

Ho l’impressione però che qualunque cosa facesse per ribellarsi a questa sua condizione e alle ingiustizie subite, non riuscirebbe comunque a diventare un simbolo della rivolta popolare.
Perché tutti i dropout sono emarginati, ma alcuni emarginati sono più emarginati degli altri.

The long goodbye

Nel decennale di Breaking Bad, e sei anni dopo lo stupendo finale in tre atti – Ozymandias, Granite State, Felina – Vince Gilligan ne aggiunge un quarto, El Camino, epilogo perfetto per la storia di Jesse Pinkman, che da Walter White dimostra d’aver imparato sia l’arte di lasciarsi sottovalutare dal nemico per batterlo (il duello suburban western) che quella di usare la verità per mentire (la telefonata ai genitori, che rispecchia l’ultima di Walt a Skyler).
È però a Mike che Jesse deve la maturità per spegnere il fuoco che lo brucia, prima che lo consumi come Walt.

Il finale di Breaking Bad però non è ancora finito.
Il quinto (e ultimo?) atto ci aspetta in fondo al cammino di Better Call Saul.

That’s life

Come già accaduto per fin troppi altri film e finali di serie, circola una teoria secondo la quale praticamente tutto ciò che vediamo succedere nello stupendo Joker sia in realtà soltanto una fantasia allucinatoria del protagonista.
È una teoria che trovo disperante, perché dimostra quanto il pubblico sia ormai incapace di accettare la possibilità che accada qualcosa di sovversivo, non soltanto nella realtà quotidiana, ma persino nella fiction.

Il Joker esiste.
Thomas Wayne l’ha generato, se non biologicamente, socialmente e politicamente.
E ne ha pagato il prezzo.
Il capitalismo genera il caos.
E la repressione, che genera altro caos.

Una forza ctonia, pre-politica, viscerale. Che sorge dall’inconscio collettivo.
La pars destruens.
Il motore della rivolta, non il volante che ne decide la direzione ultima.
Il caos esiste.

Non sono allucinazioni quelle di Joker, è la vostra ad essere cecità isterica.
Guardatevi attorno.
That’s life.