The oncoming storm

Il cliffhanger che conclude la quinta stagione di Better Call Saul è narrativamente perfetto.
In questi giorni apocalittici però non si può fare a meno di pensare che potrebbe rimanere irrisolto. Lasciando Better Call Saul e Breaking Bad come i due tronconi sfasati di certi ponti italiani incompiuti, che non potranno incontrarsi mai.

Night of the Dead Aid

Ieri notte, fra le due e le quattro (ora italiana) è andato in onda in mondovisione l’One World Together at Home. Pubblicizzato come un concerto, è stato in realtà una mesta videoconferenza nella quale alcune popstar, Lady Gaga (l’organizzatrice) Paul McCartney, Stevie Wonder, Elton John, Celine Dion, Andrea Bocelli e pochi altri si sono a turno collegati per cantare una canzone al pianoforte delle loro ville.
Qualcuno, come Beyoncé non ha neanche cantato, ma s’è limitato ai soliti discorsi di rito, ripetuti anche da Bill Gates, Oprah Winfrey, Laura Bush e Michelle Obama, su immagini di moltitudini in mascherina.

L’unica cosa a somigliare vagamente a un concerto s’è dimostrata la session a distanza degli immarcescibili Rolling Stones.
Per tutto il resto, è stato uno spettacolo profondamente malinconico e sinistro, specie se paragonato al ricordo del Live Aid.
È stato il ritratto d’una civiltà di miliardari blindati nei loro castelli, circondati da masse disperate.
Una civiltà morente.
E non solo di Coronavirus.

La Dottoressa Giò

Il flop della passata stagione ha spinto Chris Chibnall, attuale showrunner di Doctor Who, a rinunciare al tentativo d’imitare Russel T. Davies, e cominciare ad imitare Steven Moffat, con una Thirteen che non è più la copia sbiadita di Ten, ma di Eleven, un Master ridicolo che si crede Zoolander, e un retcon demenziale che demolisce la mitologia della serie dalle fondamenta, declassando il personaggio del Dottore da Timelord ribelle a Principessa Segreta, classico trope sessista ed eugenetico che fa derivare la rilevanza d’un personaggio femminile dalle sue ascendenze biologiche.

Chris Chibnall non è riuscito come sperava ad eguagliare Russell T. Davies. Però è riuscito a superare Moffat.
In peggio.

Futura

Dopo il successo di Mad Max Fury Road, arriva Terminator Dark Fate a recuperare l’altra saga, partendo dal finale del secondo capitolo Judgment Day, per riscriverla al femminile. E funziona molto meglio dei deprimenti sequel e i fallimentari tentativi di reboot che di fatto cancella dalla timeline.

La futura leader della resistenza umana adesso è una donna, Dani, non suo figlio, ed è una donna Grace, l’eroica cyborg spedita nel passato per proteggerla. Al loro fianco torna finalmente in scena la vera Sarah Connor di Linda Hamilton, con l’immancabile Terminator redento (e invecchiato) di Arnold Schwarzenegger.
Sullo sfondo, l’America xenofoba del muro col Messico e delle gabbie per migranti, e Legion, una nuova cyber-minaccia apocalittica peggiore di Skynet.

Insieme a Skynet sparisce John Connor, ed è difficile rimpiangerlo. In nessuna delle sue incarnazioni era mai davvero riuscito a guadagnarsi sul campo il ruolo messianico che la narrativa gli assegnava, ritrovandosi leader più per meriti altrui che propri.
Dani invece dimostra subito in battaglia le proprie attitudini, lasciandoci intuire la sua identità futura ben prima che ci venga rivelata. Un buon esempio di “Show, don’t tell”.

Altrettanto apprezzabile il fatto che la presa di coscienza che umanizza il Terminator di Schwarzy stavolta sia autonoma, e non frutto d’una riprogrammazione subita.

Saranno gli incassi a decidere se le ragazze avranno un secondo film per salvare il mondo da Legion, per adesso hanno salvato una saga che, dopo il pessimo Terminator Genisys (sì, si scrive così) sembrava ormai destinata solo alla rottamazione.

True story

Ho visto su La7 un documentario sull’uccisione di Bin Laden. Hanno intervistato i suoi vicini di casa, chiedendogli: “Com’era la famiglia Bin Laden?”
Loro hanno risposto: “Persone gentili, salutavano sempre”.

(Se non mi credete, potete guardare il documentario in streaming su Rivedi La7)