Nebbia

Abbiamo sempre saputo che se una forma di vita aliena avesse mai raggiunto il nostro pianeta, sarebbe stata molto diversa dalla nostra, ma non ce l’aspettavamo così diversa.
Ci siamo resi conto che ci mancano persino gli schemi percettivi per vederli nella loro vera forma, tutto quello che riusciamo a cogliere della loro presenza sono dense nebulose rossastre. S’aggirano per il nostro pianeta apparentemente indaffarati con una serie di strumenti. Osservarli provando a interagire però non è così vano come può sembrare, perché produce un’alterazione, o meglio un’evoluzione dei nostri schemi che sembra renderci in grado di percepire qualche tratto della loro autentica forma, e persino frammenti di quello che possiamo ragionevolmente ritenere un linguaggio.
Non siamo ancora riusciti a comunicare, ma i tentativi procedono.

Quinta settimana sul pianeta extrasolare 832. Ancora nebbia. Questi lanuginosi banchi azzurrini rendono particolarmente difficoltosa l’esplorazione. Ieri dopo quattro ore m’è addirittura sembrato d’intravedere qualcosa di vivo nella nebbia. Qualcosa che tentava di comunicare.
Naturalmente è stata un’allucinazione dovuta allo stress, gli strumenti parlano chiaro, non ci sono forme di vita intelligente quassù.
La prossima settimana arriveranno gli aspiratori, e finalmente il problema della nebbia sarà risolto.
Non vedo l’ora di godermi la luce dei due soli che illuminano questo pianeta.

Deforme Condiviso

– Si pentiranno d’avermi chiamato pazzo! – Il dottor Viktor Von Frankenstein III sollevò il tetro sudario che copriva il tavolo operatorio, e lo gettò alle sue spalle con un gesto teatrale.
– Igor, la mannaia!
Il servitore s’affrettò a porgergli il secchio dei ferri.
– Igor, tu stanotte assisterai non solo alla rinascita d’un singolo individuo, ma dell’intera umanità.
Un fulmine lacerò il cielo notturno.
– Perché nel comporre la mia Creatura io non mi limiterò banalmente a ricostruire l’obsoleta e pletorica anatomia umana vigente, io la riformerò!
Un tuono scosse le vetrate del castello.
– E tu, Igor, potrai condividere con me la gloria di questo momento. Cominciamo!
Igor annuì.
Viktor Von Frankenstein brandì la mannaia, e squarciò il torace del cadavere che giaceva sul tavolo operatorio.
– Innanzitutto basta con gli sprechi. Due polmoni uguali che fanno entrambi lo stesso lavoro non hanno senso – Estrasse una spugnosa massa violacea dal corpo, e la tirò a Igor, che l’afferrò al volo, buttandola dalla finestra.
– Lo stesso vale per i reni. E i testicoli. Via!
Entrambe le frattaglie estirpate volarono giù nel fossato che circondava il castello. Von Frankenstein passò all’addome.
– Metri e metri di intestino, che assurdo arabesco! Igor, scommetto che persino tu sai qual è la distanza più breve fra due punti – non attese la risposta – la linea retta! – Vibrò un altro deciso colpo di mannaia – Ecco, dallo stomaco all’ano mezzo metro è più che sufficiente. Tieni Igor, getta ai corvi anche questo disgustoso groviglio superfluo.
Igor eseguì. Il dottor Von Frankenstein strappò altre due masse di carne nerastra dal ventre del cadavere.
– Milza e pancreas… a cosa diavolo servono? Di qualsiasi scempiaggine burocratica si occupino, non merita due interi organi dedicati. Accorperò le funzioni, trasferendole tutte a quel fannullone del fegato.
Il fossato ricevette altri rifiuti organici.
– Ago e filo! – Ordinò Von Frankenstein – Devo provvedere a restringere bene l’orifizio anale affinché non venga usato per abominevoli inserimenti. Poi procederò alla riforma più importante.
– L’ingrandimento del pene?
– L’asportazione del cervello! – Tuonò Von Frankenstein – E la sua completa sostituzione con una ricevente di onde cerebrali da me costruita.
– Oh, quella del progetto che avete sottratto a Tesla?
Igor schivò di poco un colpo di mannaia.
– Perdonatemi padrone, intendevo quel progetto di cui giudici onesti e imparziali v’hanno dichiarato unico legittimo proprietario.
– Igor, tu sei la dimostrazione vivente di quanto questa grande riforma sia necessaria. Quando al posto della tua ripugnante materia grigia ci sarà una ricevente delle mie onde cerebrali, tu non sarai più vittima delle calunnie dei nemici che invidiano il mio genio, ma sarai un felice e disciplinato soldato del mio esercito di rianimati, e condividerai l’onore d’essere guidato soltanto dalla mia mente.
– Ma… padrone, intendete dire che applicherete anche a me quella… riforma? – Igor indicò il cadavere sventrato.
– Ma certo! La Creatura è solo un prototipo, poi comincerò la produzione in serie, e anche tu…
Igor afferrò un coltello dal secchio, e si lanciò contro Von Frankenstein. Qualcosa lo bloccò di colpo, paralizzandolo a metà del gesto.
– Come osi ribellarti al tuo creatore? – ringhiò Von Frankenstein – Sì Igor, non lo ricordi, ma tu sei stato il mio primo esperimento. Il mio controllo su di te però è purtroppo limitato, perché l’attività del tuo cervello interferisce col ricevitore che t’ho impiantato nel cranio. Per questo ho deciso di rianimare i cadaveri solo dopo averli completamente decerebrati.
Con un violento colpo di mannaia, Von Frankenstein abbattè Igor, scoperchiandogli il cranio.
– Da morti sono molto più affidabili – concluse, e si rimise al lavoro.

Zeitgeist

Catalogna, A. D. 1364

Quando Eymerich si svegliò nella torre, si ritrovò un pugnale alla gola.
La sua prima reazione fu di rabbia verso se stesso per essersi lasciato sorprendere inerme.
L’uomo che lo minacciava, calvo e allampanato, non era solo: accanto a lui un tipo grassoccio dagli occhi bovini, dietro di loro una donna grifagna. Tutti e tre ammantati di nero, appena illuminati dal riverbero rossastro d’una torcia. Era ancora notte fonda.
– Versate il mio sangue, e brucerete – sibilò l’inquisitore.
L’uomo grassoccio lo fissò.
– E sarebbe il tuo stesso sangue a bruciarmi, se mi schizzasse addosso?… Facciamo la prova – disse, e conficcò di colpo il pugnale nella mano sinistra di Eymerich, inchiodandolo sul tavolaccio di legno.
Poi gli bloccò anche l’altro braccio, torcendoglielo.
L’uomo calvo fece un passo indietro, e assunse un’espressione solenne. Puntò un dito ossuto verso l’inquisitore.
– Nicolas Eymerich, noi t’accusiamo d’essere in realtà ciò che hai sempre finto di combattere. Un essere infernale.
Nonostante il dolore lacerante alla mano, Eymerich si scoprì abbastanza lucido da notare che il sinistro terzetto pareva un’imitazione blasfema d’un tribunale inquisitoriale. Allora si sforzò di stirare le labbra in uno strano sogghigno.
– Dunque m’avete scoperto.
– Non lo neghi? – Chiese l’uomo calvo, in tono di profondo stupore.
– Perché dovrei mentirvi? Sto per massacrarvi tutti.

Base Lunare, 3000 d. C. 

Il tecnico fissa il monitor collegato con la sala comandi.
– Ma che diavolo succede a Myotis? Sembra posseduto.
– Tecnicamente lo è. Da un L-Field estraneo venuto dal passato.
– Derivato da chi?
– Non possiamo saperlo per certo – il collega indica l’altro schermo – questo però è il nome su cui Myotis ha appena fatto ricerche in archivio: Nicolas Eymerich, inquisitore. Forse voleva scoprire cosa noi sappiamo di lui.
– Mi stai dicendo che adesso là dentro, al comando d’un dispositivo in grado di manipolare tutta la Storia dell’umanità provocando allucinazioni e terremoti, c’è un inquisitore medioevale?
Il collega annuisce.
Il tecnico si passa la mano sulla fronte sudata.
– Ma non è proprio lui, giusto? È solo una copia elettromagnetica della sua coscienza, un backup uploadato dal medioevo, e downloadato in un altro corpo qui nel futuro…
– No, è proprio lui, è la stessa coscienza che occupa simultaneamente due diversi corpi in due diversi punti dello spaziotempo. L’Eymerich quassù nel 3000 è in contatto psionico con quello nel medioevo attraverso i raggi che ne hanno registrato l’L-Field. Sono collegati come due emisferi dello stesso cervello. Di fatto sono esattamente la stessa persona. Nicolas Eymerich non s’è downloadato nel futuro, Nicolas Eymerich è ubiquo.
Il tecnico impallidisce.
– Dobbiamo interrompere quel flusso psionico. Riprendere il controllo della base. O lui e quella pazza che lo segue ci stermineranno tutti.

Catalogna, A. D. 1364

– Non dategli retta – la donna grifagna indicò Eymerich – è un demone, signore degli inganni, parla solo per confondervi e spaventarvi. Tutto quello che dice è falso.
 Eymerich annuì.
– È vero. Tutto quello che dico è falso. Compreso questo.
– Che aspettiamo? – Chiese l’uomo grassoccio che lo teneva fermo – Ha confessato. Bruciamolo!
Eymerich si costrinse a una sonora risata sardonica che non era nella sua natura.
– V’illudete di distruggere con un focherello casalingo colui che sorge dalle fornaci incandescenti dell’Inferno?
– Tu bruci gli altri indemoniati quando non ti obbediscono. E funziona.
– Io brucio solo le loro carni mortali, non i demoni che li possiedono, che sono spiriti incorporei – disse sprezzante l’inquisitore – Bruciate pure questa mia spoglia, ne invaserò un’altra. Tornerò a incarnarmi subito – li guardò – in uno di voi.
– Basta! – Brontolò l’uomo grassoccio, afferrando l’altro per una manica – Squartiamolo e facciamola finita!
Il calvo gli rispose rabbioso
– Non è un uomo, è un demone, hanno già cercato d’ammazzarlo cento volte senza riuscirci, tutti quelli che si sono illusi d’averlo distrutto l’hanno poi visto tornare a sterminarli. Noi dobbiamo farlo in modo che funzioni!
– Hai troppa paura di lui.
– Sei un idiota!
L’uomo calvo si girò spingendo bruscamente via il compare, facendogli così perdere la presa su Eymerich.
Era ciò che l’inquisitore sperava. Con uno scatto liberò il braccio destro, si strappò il pugnale che gli trafiggeva la mano sinistra, e con un fendente di sbieco tagliò la gola dell’uomo grassoccio ancora sbilanciato, che cadde sputando sangue.
Mentre Eymerich s’alzava la donna sfoderò un falcetto, e gli si lanciò contro gridando
– Maledetto demonio!
Eymerich s’infilò il pugnale alla cintola, staccò la torcia dal muro, e con quella colpì in piena faccia la donna, incendiandole i capelli. La donna sbandò urlando, e perse il falcetto. Dietro di lei apparve l’uomo calvo armato d’un bastone.
Eymerich parò alla meglio le bastonate con la torcia cercando d’avvicinarsi alla finestra, mentre il dolore alla mano ferita s’irradiava attraverso il braccio a tutto il suo corpo.
La donna col volto devastato dalle ustioni sanguinolente barcollava urlando per la stanza. L’uomo calvo continuava a colpire.
Improvvisamente l’inquisitore disse:
– Uccidi questa spoglia, sarai tu il mio prossimo ricettacolo. E tornerò più forte che mai.
Gridò la formula dal suono più minaccioso che ricordava, gettò la torcia dalla finestra, e si lasciò cadere a terra, come svuotato.
La stanza piombò nelle tenebre. L’uomo calvo si ritrovò a sferrare una bastonata nel vuoto.
– Dove sei strisciato, maledetto serpente?
– Che succede? – Gracchiò la donna, sbattendogli contro.
L’uomo la spinse via. Poi sollevò il bastone con entrambe le mani per colpire in basso alla cieca.
Eymerich gli affondò il pugnale nel ventre fino all’elsa.
Vincendo la ripulsa che provava per il contatto, girò la lama spingendola in alto verso le costole.
L’uomo lasciò cadere il bastone. Poi strinse le mani nodose attorno al collo di Eymerich.
Col fiato mozzo l’inquisitore forzò ancora di più la lama verso l’alto.
L’uomo allentò la presa. Poi crollò sul pavimento di pietra.
– Sei un demone… l’hai confessato – rantolò.
– Io posso dire e fare tutto ciò che devo per sopravvivere, e continuare a compiere la mia missione – siibilò Eymerich.
Estrasse il pugnale dal cadavere.
– Io sono Etere – aggiunse sottovoce.
La donna gli si avventò contro, artigliandolo. L’inquisitore la bloccò col braccio sinistro insanguinato, e le tagliò la gola.
Poi uscì.
La scala della torre sembrava sprofondare in un oscuro abisso senza forma.
Eymerich sentì lo spazio attorno a sé come vorticare e dissolversi nella tenebra indistinta.
Allora deliberatamente picchiò la mano ferita contro il muro di pietra ruvida.
La fitta lancinante e atroce lo scosse, restituendogli il controllo.

Base Lunare, 3000 d. C. 

Il tecnico solleva la testa del collega dalla pozza di sangue.
– Troppo veloce… quella Lilith è troppo veloce col coltello – balbetta l’uomo, agonizzante.
– Sei riuscito a interrompere il flusso psionico prima che ti fermasse?
– No, solo a defletterlo. S’è scisso. S’è… moltiplicato.
– Vuol dire che ora ci sono anche altre incarnazioni di quell’inquisitore in giro per lo spaziotempo? E dove? Quando?
– Credo che una si trovi alla fine del ventesimo secolo. Le altre non sono riuscito a tracciarle. Vattene adesso, quell’indemoniata tornerà a sventrare anche te. Si divertono così quei due.
– E noi gli abbiamo consegnato tutta la Storia dell’umanità.

Schegge Cartacee

Da domani in ogni qualche libreria

cover

Cerberus

Fanfic

L’uomo corpulento irrompe nella stanza puntando il dito verso il tipo alto e magro.
– Si può sapere perché secondo te non dovremmo pestarlo? – Indica col pollice la stanza degli interrogatori.
– Potrebbe essere l’uomo sbagliato.
– Non lo è. Me lo sento.
– Non basta.
L’uomo corpulento afferra l’altro per il bavero, spingendolo contro il muro. Il tipo magro continua senza scomporsi
– Potrebbe non sapere nulla, e mentire solo per farti smettere di pestarlo. Così ci porterebbe fuori strada. Prima di interrogare qualcuno, bisogna essere ragionevolmente sicuri che abbia davvero qualcosa da rivelare. Quindi prima indaghiamo meglio su di lui.
– E dopo?
– Lo pesti.
L’uomo corpulento molla il bavero.
– Sai Taco, stavolta non hai tutti i torti.
L’altro accenna una smorfia di fastidio.
– Che c’è Taco, non ti piace se ti chiamo Taco? Urta la tua sensibilità?…
– Io non ho sensibilità. Però non sono né messicano né spagnolo. Sono catalano.
– E io non so un cazzo del Catalex, quindi continuerò a chiamarti Taco, almeno finché avrai quell’accento di merda.
– È già tanto che io sopporti di parlarla, la tua lingua – sibila il tipo magro. L’altro lo riafferra per il bavero
– Non illuderti Taco, il fatto che ti abbia dato ragione una volta non ti autorizza a farmi incazzare impunemente – molla il bavero – Ricordati sempre che questo è il mio regno – aggiunge, uscendo dalla stanza.
– Per ora – sussurra l’uomo alto e magro. Poi segue l’altro nel corridoio pieno di fumo denso come nebbia.

Nuove mappe dell’orrore

Dal blog di Daniele Barbieri una recensione di Sinistre Presenze: Nuove mappe dell’orrore. Un brano:

Accenniamo qualcosa senza svelare troppo. Cade una «d» e la nostra (sedicente? O solo incompleta?) democrazia si trasforma in «emocrazia»: così nel primo, affascinante e pur terrificante racconto di Vietti. Una sorta di “Frankenstein” va in campagna elettorale nella «Romagna toscana» del dopoguerra: conoscevo già questa invenzione di Troccoli e il godimento si conferma anche alla seconda lettura. Brevi, riusciti, intensi, spaventosamente necessari «L’autostrada dei cani perduti» di Tonani, «Da sotto» di Roffo, «Come fiori recisi dal turbine» di Piccolino, «Alla testa del Paese» di Alessandra Daniele. Crudelissimo (troppo per i miei gusti) «Escuela de Mecanica» di Ricciarello che – il titolo lo fa intuire – ci porta nell’Argentina della dittatura. Vivamente sconsigliato a chi adora lo sport (ma apprezzato da me che ne sono un fruitore critico) «La melma dell’abisso» di Prosperi. Troppo vero e dunque doppiamente inquietante «La porta degli annegati» di Denise Bresci. Comunque interessanti gli altri, qualcuno forse un po’ lungo. Insomma un’antologia da consigliare e dalla quale prendere ispirazione per altre storie.

Sinistre Presenze

copertinaSMALL Ho partecipato a un’altra antologia, col racconto ”Alla testa del paese”.
Il libro sarà presentato
Giovedì 23 maggio alle ore 19 alla Libreria Punto Einaudi di Firenze (Sardonero Bistrot) Via Guelfa 22/a, da Giovanni Agnoloni e Roberto Chiavini, coi curatori Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo
Sabato 25 maggio alle ore 18 all’Italcon di Bellaria, da Francesco Troccoli, Catalano e Pizzo
Sabato 1, o domenica 2 giugno a Forte dei Marmi, in ambito della rassegna operazionepaura

Questa la descrizione del libro da parte dei curatori:
Sinistre presenze è una antologia di racconti horror di autori italiani che fa il paio con la precedente Ambigue utopie pubblicata da Bietti nel 2010.
Se Ambigue utopie apparteneva al genere fantascientifico, in particolare per gli aspetti rientranti nei sottogeneri dell’utopia e dell’ucronia, Sinistre presenze si muove decisamente nell’ambito del genere orrorifico, nelle sua varie sfaccettature che vanno dal noir metropolitano al dark fantasy, dal gotico più tradizionale al weird fino allo splatter.
Ma caratteristica essenziale delle due antologie è l’impegno presente in tutti i racconti. In Ambigue utopie questo impegno era di tipo politico, con precisi riferimenti alla realtà dei nostri tempi e alla situazione italiana, Sinistre presenze ha invece uno sostrato più di tipo sociologico (“politico” in senso lato).
Si troveranno quindi racconti che affrontano problemi quali le vittime di incidenti stradali, il dramma dei migranti abbandonati in mare, le guerre nei Balcani, i cani lasciati in autostrada, le infermiere della “dolce morte”, gli ultras violenti delle squadre di calcio, le sparizioni e i misteri dell’America Latina…
Tutto questo senza dimenticare che si tratta sempre di racconti horror, quindi storie piene di tensione, di mistero, di angoscia. Storie insomma che mettono i brividi.
L’obiettivo dei curatori era di dimostrare che la narrativa horror, oltre che piacevole e catartica lettura possa essere veicolo di istanze sociali. Tra gli autori presenti alcuni maestri del genere o specialisti della fantascienza. I racconti sono di Danilo Arona, Claudio Asciuti, Denise Bresci, Andrea Carlo Cappi, Carducci e Fambrini, Catalano, Alessandra Daniele, Luca Ducceschi, Alessandro Morbidelli, Michele Piccolino, Pizzo, Pierfrancesco Prosperi, Franco Ricciardiello, Stefano Roffo, Dario Tonani, Francesco Troccoli, Alessandro Vietti.

La croce sul simbolo

E Ponzio Pilato chiese alla folla
– Volete Gesù o Barabba?
La folla rispose
– Locusto!
E Ponzio Pilato disse
– Eh?
– Vogliamo Locusto!
– Ma non è uno dei condannati a morte – obiettò Pilato.
– Appunto! – Gridò la folla – Basta coi condannati a morte, vogliamo gente onesta!
E Gesù disse a Barabba
– Questi non hanno capito come funziona.
– Hanno capito – rispose Barabba – è che sono stronzi. Vogliono farci crocifiggere tutti e due.
Poi si rivolse alla piazza
– Amato popolo, salvami! Io sono l’innocente vittima d’una persecuzione giudiziaria! – Indicò Gesù – Il vero criminale è lui, un falso profeta che v’ha riempito di chiacchiere solo per convincervi a pagare più tasse, vi ricordate quando ha detto ”date a Cesare quel che è di Cesare”?
– Ma quella era una metafora… – disse Gesù.
– Se mi salvate – continuò Barabba – vi restituirò di tasca mia tutti gli ingiusti tributi che vi sono stati estorti!
Una parte della folla cominciò a scandire ”Barabba, Barabba”. La maggioranza continuava a inneggiare a Locusto.
In un angolo della piazza, gli apostoli discutevano.
– Non dovremmo farci sentire anche noi?
– No, dobbiamo seguire l’esempio del Maestro.
– Cioè continuare a esprimerci per metafore zoologiche? La pecora smarrita, il vitello grasso, la rana dalla bocca larga, finché non ci crocifiggono tutti?
– Potremmo cercare un accordo coi locustiani – suggerì Pietro.
– Non fanno accordi, Locusto è un predicatore apocalittico. Annuncia la fine del mondo ogni settimana, e quando non arriva, dice d’averla evitata lui.
La folla vociante attorno a loro diventava sempre più turbolenta.
Quattro soldati romani afferrarono i condannati per trascinarli via. Barabba si divincolò
– Pietà! Sono cieco!
Uno dei soldati gli sferrò un cazzotto. Barabba lo schivò. Poi disse
– Ci vedo… miracolo!
La folla gridò
– Morte al falso invalido!
Gesù disse
– Macché miracolo, io non ho fatto niente.
La folla urlò
– Morte al fancazzista!
Gli apostoli scuotevano la testa.
– Ma che succede? Alle nozze di Cana erano tutti con noi.
– Per forza, erano ubriachi.
– Abbiamo perso il contatto col paese reale.
– Se ci fosse stato Giovanni Battista… – disse Pietro.
– Basta con questa storia di Giovanni Battista! Abbiamo scelto di seguire Gesù.
– Il Battista era molto più efficace come predicatore, avrebbe convertito anche i romani.
– Ma se non ha convinto neanche noi, come faceva a convincere i romani?
– Io conosco un sacco di romani che si sarebbero convertiti se ci fosse stato Giovanni Battista – disse Giuda.
– Tu conosci un sacco di romani?…
Gli apostoli si guardarono in cagnesco. Poi cominciarono a spintonarsi. In pochi minuti scoppiò una rissa che si allargò a tutta la piazza.
Ponzio Pilato fece segno ai soldati di intervenire. Poi si disse
– Basta, io me ne lavo le mani. Qui è molto peggio della Grecia. Sono proprio barbari. Una cosa del genere a Roma non sarebbe mai potuta succedere.

Modello Due

– Ingegner Marchionne, perché di tutte le case automobilistiche è la FIAT quella che più sembra subire gli effetti della crisi?
– Inutile negarlo: il grave problema dell’azienda sono i modelli obsoleti.
– Quindi lei finalmente ammette che la Panda e la 500…
– No, io mi riferisco agli operai. La FIAT è in difficoltà perché l’operaio italiano è un modello obsoleto. Se in Italia non sarà possibile avviare la produzione in serie di operai di nuovo modello, saremo costretti a lasciare il paese.
– Come dovrebbe essere questo metalmeccanico 2.0?
– Più efficiente, più maneggevole. Più elegante nel design.
– Dovrebbe consumare meno?
– Assolutamente no, i consumi alimentano l’economia, l’operaio 2.0 dovrebbe consumare molti più beni di lusso.
– A parità di stipendio?
– A salario ridotto.
– E come potrebbe riuscirci?
– Eliminando quasi del tutto i cosiddetti beni di prima necessità, come cibo, acqua, medicine, tutte cose obsolete.
– Facendo così però non vivrebbe a lungo.
– Meglio. Più ricambio, meno disoccupazione, e un risparmio anche per lo Stato: il taglio definitivo delle pensioni.
– Sono queste le richieste che ha discusso col governo?
– Si, e ho trovato consenso generale. Mi sono anche state suggerite ulteriori modifiche dello stesso tipo, in particolare riguardo al problema del cambio, e delle marce.
– Cioè?
– Le marce di protesta, i cortei organizzati contro il cambiamento, che invece è necessario e urgente. Anche nel settore del comfort: gli attuali operai sono scomodi e rumorosi. E quello acustico è solo uno dei tipi d’inquinamento di cui sono responsabili. Emettono CO2, scorie solide e liquide, la vernice si sfalda, e il sistema di raffreddamento fa acqua da tutte le parti. L’ILVA di Taranto è a rischio di chiusura definitiva proprio a causa dei liquami tossici emanati personalmente dagli operai. Il loro difetto più grave però è un altro.
– Quale?
– Tendono a non rispondere ai comandi. A sfuggire al controllo del guidatore. Questo è inaccettabile.
– Però è un impulso umano.
– L’essere umano è un modello obsoleto.
– E lei che soluzione propone?
– La rottamazione.

Carmilla 8 ottobre 2012

Il vincitore

L’ elastitan attecchiva subito: bastava iniettarlo, e si fissava nelle ossa, trasformandole in una struttura ultra elastica quanto super resistente. Il prodigioso polimero – insieme al doping tradizionale – aveva fatto di Tod Polton, detto “il Giaguaro Bianco”, l’uomo più veloce della terra. Però ancora non bastava.
– Ti ci vuole un champion-chip – gli disse il coach, dandogli una pacca sul collo grosso come una coscia.
– Non la voglio una di quelle caccole elettroniche nella testa – brontolò Polton.
– Ma saresti perfetto! – Rispose il coach – L’elastitan del tuo scheletro è un polimero biosintetico in grado di ricevere istantanei impulsi neuroelettrici direttamente dal cervello, bypassando il sistema nervoso attraverso un chip installato fra il cranio e la prima vertebra cervicale.
Tod Polton lo fissò con aria stranita.
Il coach tradusse
– Diventerai veloce come il pensiero!
Tod fece un gran sorriso, e annuì.

Appena pochi secondi dopo la partenza Polton era già in testa. Sfrecciava come un proiettile, così veloce da spazzare via lo sciame di nano-camere che precedeva gli atleti per riprenderi in diretta.
Verso metà della corsa però Zaquele, detto “il Lampo Nero”, riuscì inaspettatamente ad affiancarlo. Si diceva che il suo DNA fosse stato manipolato dal più esperto genodesigner del ramo. Zaquele restava pur sempre fatto di carne e sangue, pensò Tod, e non avrebbe comunque potuto competere col suo schelastitan. biosintetico. Gli bastò desiderare di accelerare ulteriormente la sua corsa già fulminea, che subito le ossa implementate lo fecero scattare oltre l’avversario. Gli sembrava che producessero da sole tutto lo sforzo, trascinandosi dietro pelle e muscoli quasi come un peso morto. Aumentando la velocità, sempre di più, sempre di più, tanto da stordirlo, tendendo la carne che le conteneva, fino a lacerarla.
A pochi metri dalla linea, lo scheletro di Tod Polton schizzò fuori dal suo corpo in un’esplosione di sangue e frattaglie, e tagliò da solo il traguardo.
Il record non venne omologato.