Climate change

E Dio disse a Noè
– L’umanità funziona male, ho deciso di riavviarla.
E Noè rispose
– Eh?
– La spengo, e la riaccendo. Manderò un diluvio dal quale potrete salvarvi solo tu e la tua famiglia. Avete il compito di costruire un’arca, sulla quale imbarcare una coppia di ciascuna specie animale.
– Anche gli insetti? – Chiese Noè.
Soprattutto gli insetti – rispose Dio – sono il mio capolavoro.
– Sarà un viaggio molto lungo – commentò Noè.
Dopo 40 giorni e 40 notti, la pioggia cessò, le acque cominciarono a ritirarsi, e Noè finalmente avvistò terra. Giunto a poca distanza dalla riva, vide un tizio sul bagnasciuga che gli faceva grandi segni con le braccia.
– Qualcun altro s’è salvato! Chi è quell’uomo? – Sì chiese Noè.
Con delle corde, il tizio issò un enorme cartello su cui era scritto a caratteri cubitali “Non sbarcate – Porti chiusi”.
– Ah – disse Noè – Non è un uomo, è Matteo.

Pubblicato su Carmilla il 25 Agosto 2019

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La conservazione del potere

Esattamente 12 anni fa, pubblicavo su Carmilla il mio primo racconto breve.

– Qui non troveremo niente — disse Gerda, entrando nel bunker diroccato.
– Ma dobbiamo trovare qualcosa — piagnucolò White, fermo sulla soglia.
– Se hai così tanta fame, tagliati un piede e mangiatelo — brontolò Salas, spingendolo avanti
Gerda si guardò attorno, calciando alla rinfusa macerie incrostate di ferraglia. Poi si fermò
– Ehi, un momento. Forse questo posto non è ancora completamente morto.
Indicò un pannello di controllo seminascosto che sembrava ancora attivo.
Salas si grattò la barba spelacchiata.
– È possibile che un generatore sotterraneo abbia mantenuto attivo il computer ausiliario…
White sferrò un calcio a una poltroncina girevole sventrata, che prese a vorticare cigolando.
– Vuoi dire che questo merdoso bunker è sopravvissuto da solo a tre quarti dell’umanità?
– E non è per questo che sono state inventate le armi batteriologiche? — Sogghignò Gerda — Sterminare i parassiti umani, lasciando intatti i preziosi macchinari.
– Già — annuì Salas, e fermò il moto sgangherato della poltroncina con un colpo di fucile.
White gli scosse freneticamente il braccio — Se ha ancora un computer di controllo funzionante, magari questo bunker non è stato ancora saccheggiato, magari dietro quel pannello c’è ancora una dispensa bella piena – farfugliò con occhi spiritati.
– Per attivare quel coso però ci vorrebbe il codice – obbiettò Gerda.
Salas diede un’occhiata al pannello. Poi lo fece esplodere con una fucilata. Al barrito lamentoso d’una sirena d’allarme sfiatata, metà della parete retrostante cominciò a scorrere, e si aprì su un bizzarro colonnato metallico. Una voce computerizzata annunciò: «Il dispositivo di controllo del bunker presidenziale d’emergenza è stato danneggiato. La stasi medica del presidente e del suo staff nelle capsule isolanti potrebbe essere stata interrotta. Attenzione! Aprire le capsule e risvegliare i pazienti solo se il periodo di virulenza programmato per il batterio K-116 sui nemici della nazione è terminato, e il presidente e il suo staff sono ormai al sicuro da qualunque pericolo di contagio. Altrimenti ripristinare la stasi».
Salas, White e Gerda s’avvicinarono ai grandi cilindri metallici. Si accorsero delle finestrelle opacizzate che lasciavano trasparire all’interno volti distesi da un sonno profondo.
Salas stirò le labbra screpolate in un sorriso — Benissimo — disse — abbiamo trovato la dispensa.

Pubblicato su Carmilla il 18 agosto 2007

Limitless

L’uomo gli mostra la pasticca, tenendola fra il pollice e l’indice.
– Eccola, come ti avevo promesso. Questa ti consentirà di superare tutti i limiti fisiologici del tuo cervello.
– Diventerò super-intelligente? – Chiede il candidato premier.
– No. Diventerai un supercazzaro.
– In che senso?…
– Non ci saranno più limiti alle cazzate che saprai inventarti per guadagnare consenso e rastrellare voti. Prometterai a tutti praticamente tutto quello che vogliono, anche prima che sappiano di volerlo, e lo farai in modo così convincente che nessuno riuscirà a sbugiardarti. Sarai eletto con una percentuale da plebiscito, diventerai premier d’un monocolore senza opposizione, e sarai acclamato da tutti i media, che ti proclameranno l’incarnazione della leadership del terzo millennio.
Il candidato fissa la pillola con occhi sognanti. Poi chiede.
– Effetti collaterali?…
– Nessuno, a parte un po’ di pancia gonfia – l’uomo sorride – ma le donne adorano la pancetta negli uomini di potere.
Il candidato afferra la pasticca.
– La prendo.
– Non t’ho ancora detto il prezzo.
– La prendo comunque – si ficca la pillola in bocca, e l’inghiotte.
Qualche secondo dopo tossisce con violenza. Si piega in avanti. S’accorge di sputare sangue.
– Cosa m’hai dato? – Chiede rauco.
– Una tossina. Mortale.
– Ma mi avevi detto…
L’uomo sorride.
– Ho mentito.

Alla catena

– Dovreste essere contenti che la fabbrica abbia deciso di riportare la produzione di operai in Italia.
– Sì, ma le condizioni…
– Sono le stesse già applicate con successo in tutta l’Europa dell’est – dice l’amministratore – Gli embrioni umani vengono coltivati in vitro, in batterie da dodici. Al sesto mese di sviluppo accelerato, vengono inseriti nel meccanismo produttivo attraverso una serie di innesti biomeccanici collegati alla catena di montaggio, e iniziano il loro lavoro.
– Fisicamente collegati ai macchinari? – Chiede il delegato.
– Certamente – l’amministratore annuisce compiaciuto – Appositi macchinari che provvedono anche al loro sostentamento, attraverso l’immissione di fluidi nutritivi direttamente nel flusso sanguigno, allo sporadico inserimento di sostanze solide nell’apparato digerente per evitarne l’atrofia, grazie a un catetere esofageo, e al drenaggio ed eliminazione delle scorie attraverso una sonda rettale.
Il delegato osserva l’immagine sullo schermo.
– E questa mascherina a cosa serve?
– All’interfaccia visiva. Viene applicata dopo la rimozione dei bulbi oculari, e collega direttamente il nervo ottico degli operai al computer centrale della fabbrica – l’amministratore sorride – Niente più problemi di distrazione.
– Rimozione dei bulbi oculari?
– Sì, insieme agli organi sessuali, e altre parti del corpo inutili al processo produttivo.
– Ma è previsto che gli operai non facciano altro che lavorare 24 ore al giorno?
– No, questo ne pregiudicherebbe l’efficienza. Ogni dieci ore di lavoro ne vengono chimicamente indotte due di sonno ipnotico, durante le quali si approfitta per aggiornare il loro condizionamento mentale.
– E resteranno così collegati ai macchinari per tutta la vita?
– Finché non verranno superati da un modello più efficiente.
– Gli operai?
– No, i macchinari. Gli operai risulteranno in esubero, e verranno disconnessi. Poi saranno rottamati.
– I macchinari?
– No, gli operai.
Il delegato fissa l’immagine sullo schermo.
– Possono sopravvivere disconnessi dalle macchine?
L’amministratore si stringe nelle spalle.
– No, ma gli ammortizzatori sociali non sono un problema dell’azienda.
Il delegato scuote la testa.
– Non so quanto queste condizioni siano accettabili…
L’amministratore lo interrompe in tono oltraggiato.
– Opporsi al progresso per ragioni puramente ideologiche sarebbe un errore gravissimo – lo redarguisce – E mi costringerebbe ad attivare l’inibitore a scariche elettriche che lei e tutti i suoi colleghi avete saggiamente acconsentito a farvi installare alla base del cranio, dopo la scorsa trattativa. Allora, qual è la sua decisione? – Chiede l’amministratore, puntando il telecomando dell’inibitore.
Il delegato china la testa.

Pubblicato su Carmilla il 20 giugno 2010 

Medicina scaduta

– Come si può credere anche solo per un attimo a questa fandonia? – Tuonò il professore, strappando il foglio di mano al suo studente – Quel decadente guazzabuglio ch’era la cosiddetta civiltà del XI° secolo non possedeva affatto conoscenze scientifiche superiori alle nostre! – Accartocciò il foglio sequestrato, e lo scagliò rabbiosamente nel caminetto – Lo sai che per la cura delle malattie s’affidava al culto dei morti? Leggi quel frammento dell’epoca – col bastone indicò un cartiglio ingiallito esposto nella teca accanto alla porta – “Antibiotico”, dal greco anti-bios, il contrario della vita, cioè la morte. E nel rigo successivo la conferma: “Vasto spettro”, cioè un fantasma dai grandi poteri taumaturgici – torse il volto scarno e rugoso in una smorfia di disgusto – farneticazioni di un’infame marmaglia che si credeva imparentata con le scimmie – puntò il bastone verso un altro reperto in fondo all’aula – e che disegnava le carte geografiche sui giocattoli per poterci giocare a palla! – Fu colto da un violento accesso di tosse.
“Il professore ha ragione – pensò lo studente, mortificato – Devo avere più rispetto della saggezza d’un uomo di quasi trent’anni come lui”.

Corrispondenza

Appena ricevuto il segnale, il computer del SETI, Search for Extra-Terrestrial Intelligence, lo riconobbe come il messaggio d’una civiltà aliena.
Ciò che non poteva sapere è che si trattasse d’una civiltà ormai estinta.
Negli anni trascorsi dal messaggio ad attraversare lo spazio, la forma di vita che l’aveva lanciato s’era infatti completamente autodistrutta.
Il sistema computerizzato del SETI lo registrò, e poi lo archiviò, senza ritrasmetterlo a nessuno.
Non per ragioni di segretezza, ma perché non c’era più nessuno a cui inoltrarlo.
Da tempo infatti il sistema proseguiva il suo compito in maniera automatica.
Anche la razza umana s’era completamente autodistrutta.
Non prima però d’aver lanciato un proprio messaggio nello spazio, che in quello stesso momento veniva automaticamente ricevuto, registrato e archiviato dal sistema computerizzato alieno, nel silenzio del suo pianeta ormai deserto.

Anima Persa

Circa dieci anni fa, prima che Lost andasse a puttane, ho scritto quest’apocrifo crossover finora inedito, ispirato a One of Them, e all’episodio migliore della serie: The Shape of Things to Come.

 *  *  *

– Vi auguro di non avermi mentito – disse Eymerich in tono minaccioso, scendendo da cavallo. Il pingue frate benedettino gli corse incontro trafelato.
– Magister, ve lo giuro, è comparso dal nulla parlando una lingua infernale!
– Almeno tre o quattro lingue infernali – aggiunse un confratello.
– Comparso dove? – Chiese Eymerich.
– Nella radura dietro il convento, sembrava piovuto dal cielo – disse il primo frate.
– Dall’inferno! – Lo corresse il confratello.
– Basta, portatemi da lui. – tagliò corto l’inquisitore. Quei benedettini lo innervosivano. Sembravano davvero convinti d’aver catturato una creatura infernale, cosa che a guardarli gli sembrava altamente improbabile. Lo condussero a una cella. Incatenato in un angolo giaceva quello che a prima vista sembrava solo un fagotto di stracci.
– Volete interrogarlo Magister? – Chiese il primo frate.
– M’avete detto che parla in demoniese – rispose Eymerich, sarcastico.
– No, parla anche un po’ di catalano – rispose il secondo – anche per questo abbiamo chiamato voi.
– Un po’ di catalano? Me lo farò bastare.
L’inquisitore entrò nella cella. I benedettini si dileguarono. L’uomo rannicchiato nell’angolo sollevò la testa. Eymerich notò i suoi occhi chiarissimi nonostante la penombra. L’uomo lo fissò.
– Padre, vi prego, aiutatemi – disse in catalano, con un filo di voce – questi frati sono pazzi. M’ hanno incatenato qui dicendo che gli servivo per voi.
– Per me?
– Sì, li ho sentiti parlare d’un inquisitore che volevano attirare qui dicendogli d’aver catturato – scosse la testa, e la chinò – un demone – la sua voce si spense in un sussurro incredulo.
Eymerich avvicinò la torcia al prigioniero. L’uomo trasalì, appiattendosi contro il muro. L’inquisitore vide ch’era ferito al braccio destro.
– Chi o che cosa sei? Bada di non mentirmi. Io sono Nicolas Eymerich. Questo non è ancora un interrogatorio formale, ma può diventarlo, e credimi, qualsiasi cosa tu abbia subito finora non sarà niente al confronto di ciò che posso farti infliggere io.
Il prigioniero deglutì.
– Mi chiamo Enrique Gallus, e vengo dalla Catalogna. Sono un pellegrino. Ho chiesto riparo per la notte a questi frati, e loro m’hanno imprigionato, dicendo che sarei stato perfetto come esca. Che sareste venuto qui, e m’avreste preso davvero per un demone.
Alla luce della torcia i suoi occhi sgranati scintillavano di bagliori rossastri.
– A quale scopo?
Il prigioniero allungò lentamente il braccio sinistro per quanto glielo consentiva la catena, e indicò la porta.
– Imprigionare anche voi.
Eymerich si voltò. La porta era chiusa e priva di maniglia.

* * *

Appena uditi i colpi imperiosi, il benedettino grassoccio si precipitò alla porta della cella.
– Magister, siete voi?
– Apritemi immediatamente!
– Siete proprio voi? Non siete… posseduto?
Con una spallata violenta Eymerich scardinò la porta, uscì come una furia, e s’avventò sul frate, sbattendolo contro la parete di fronte.
– Che cosa avevate intenzione di fare? – Ringhiò.
Il benedettino rabbrividì violentemente.
– Il demone ha detto che sarebbe riuscito a trasformare in un suo succube chiunque avesse osato interrogarlo – balbettò – ha detto che è quello che fa sempre. Noi confidiamo in voi Magister, sappiamo che nessuno vi è secondo nella lotta contro i demoni, ma prima di aprivi volevamo essere certi che foste ancora voi.
Eymerich si voltò verso l’uomo nella cella.
– Mostratemi dove l’avete trovato – disse al frate. Poi si rivolse al prigioniero – Avrai il tuo interrogatorio formale. E saprò esattamente cosa chiederti.

* * *

Quando tornarono, l’inquisitore portava un fagotto sotto il braccio.
Il prigioniero sollevò lentamente la testa con aria dimessa.
Senza una parola, Eymerich svolse il fagotto davanti a lui. Era una giacca.
Il prigioniero la vide. La sua espressione cambiò completamente. Diventò gelida.
– Così l’hai trovata – disse in castigliano perfetto. Anche la sua voce era cambiata. Più profonda.
– Non è stato difficile, non devi avere avuto il tempo per seppellirla bene. Avresti forse potuto continuare a ingannare questi frati, ma non me – Eymerich indicò lo strano simbolo ottagonale sulla giacca – io so bene cos’è questo.
– Cos’è? – Chiese timidamente il benedettino.
– L’emblema d’una setta che si nasconde in questa zona, dove è stato trovato varie altre volte su oggetti bizzarri. Sospettavo che c’entrasse la setta, perciò ho risposto alla vostra richiesta d’aiuto. L’ottagono veniva usato anche dai Templari. Federico II° di Svevia, l’eretico, ha persino fatto costruire un intero castello con questa forma, Castel del Monte.
– Non ne sapevo niente – disse il frate..
– Non mi stupisce – commentò Eymerich, sarcastico.
– Credo che anche tu non ne sappia poi granché, Nicolas – disse il prigioniero, con l’ombra d’un sorriso.
– Ho trovato l’ingresso del vostro covo – rispose l’inquisitore, sprezzante, ed estrasse un paio di grosse pinze rugginose dalla bisaccia alla cintola.
Il prigioniero le guardò, e rimase impassibile.
– Saprai anche dov’è il tempio, ma senza uno di noi non riuscirai mai a entrarci – disse.
Eymerich s’infilò la giacca nella bisaccia, e impugnò le pinze.
Agganciò l’anello che legava al muro la catena del prigioniero, e lo spezzò.
– Lo so – disse – ed è per questo che tu verrai con me. E mi ci farai entrare.
Afferrò la catena, e con uno strattone violento lo costrinse ad alzarsi.
– A meno che tu non preferisca descrivermelo durante quell’interrogatorio formale.

* * *

Quando arrivarono era quasi buio. Il prigioniero si fermò davanti a un pozzo ottagonale. Eymerich strattonò ancora la catena. L’uomo fece scorrere le mani sul bordo del pozzo, come per saggiare la consistenza delle pietre. Il pozzo s’aprì in due verticalmente, svelando al di sotto l’inizio d’una scalinata a chiocciola che sembrava arrivare al centro della terra. Il benedettino che portava la torcia si ritrasse, visibilmente intimorito. L’inquisitore gettò le pinze, e gli strappò la torcia di mano.
– Scendi – ordinò al prigioniero, che obbedì.
– Magister, vi calerete nel cuore dell’inferno senza una scorta armata? – Chiese il frate, tremante.
– Sarebbe forse la prima volta? – Rispose Eymerich, e s’avviò.
L’angusta e vertiginosa scalinata pareva interminabile. Finalmente giunse l’ultimo gradino, e i due sbucarono in un’ampia caverna ingombra di misteriosi manufatti. L’inquisitore sollevò la torcia, e si guardò attorno attentamente.
Il prigioniero afferrò la catena, e con uno scatto violento la strappò di mano a Eymerich. Poi la fece roteare un paio di volte, e la usò come una frusta contro l’inquisitore.

*  *  *

Quando Eymerich si riprese, i ceppi della catena erano ai suoi polsi, bloccati a un anello del muro.
– Mi dispiace – gli disse l’uomo, in tono gentile. Aveva indossato la giacca col simbolo – Vedi Nicolas, io non dovrei essere qui. Ci sono finito per sbaglio, e devo assolutamente andarmene – Cominciò ad armeggiare coi manufatti – Questo è un secolo in cui per fortuna si finisce raramente. Sapevo che c’era una stazione costruita da chi c’era finito, ma non sapevo esattamente dove. Quindi mi serviva un esperto dei luoghi magici di queste parti per trovarla. E chi meglio di te? – Accennò un sorriso.
– Ti sei lasciato imprigionare volutamente da quei frati idioti perché chiedessero il mio intervento? Hai nascosto volutamente male la tua giacca perché io la trovassi, e ti trascinassi qui?
L’uomo annuì – mi dispiace, ma dovevo – ripeté, e continuò ad armeggiare.
– Magister, avevate proprio ragione a chiedermi di seguirvi a distanza – disse frate Pedro Bagueny, sbucando dalla scalinata armato delle grosse pinze.
L’uomo sgranò gli occhi, poi li alzò al cielo. Estrasse una sorta d’astuccio nero dalla tasca della giacca. Bagueny gli si scagliò contro mulinando le pinze. L’astuccio nero si rivelò un bastone telescopico di metallo. Con due fendenti l’uomo parò l’assalto di Bagueny, e riuscì a stordirlo, sbattendolo a terra – Io me ne devo andare – disse cupo.
– L’unico posto dove andrai è l’inferno! – Ringhiò Eymerich. L’uomo si voltò a fissarlo.
– Nicolas, tu sei una delle persone più intelligenti e colte del tuo secolo, questa cieca superstizione non ti fa onore. Le cose non sono così semplici, e da qualche parte dentro di te anche tu lo sai.
Pedro si riprese, si alzò appoggiandosi alla parete, e con le pinze agganciò l’anello dei ceppi di Eymerich.
L’uomo pigiò alcune pietre istoriate di bizzarri geroglifici sulla parete accanto a lui. La caverna vibrò violentemente.
Pedro spezzò l’anello dei ceppi.
L’uomo richiuse il bastone, e se lo infilò nella tasca dei pantaloni.
Eymerich si liberò.
L’uomo sgusciò dentro una profonda nicchia nella parete.
Eymerich gli si avventò contro.
La nicchia si riempì di luce bianca accecante.

* * *

L’inquisitore riprese i sensi di colpo, in modo violento e doloroso. Una luce bianca lo accecava ancora, ma era quella del sole. Sentì delle voci, e un crepitio. Si tirò su a fatica, e vomitò.
Si guardò attorno: era nel mezzo d’una zona desertica. Poco distante un cavallo, e i corpi di quelli che sembravano due saraceni. Uno dei due respirava ancora.
Eymerich ricordò d’aver già sperimentato una volta quella sorta di demoniaco viaggio istantaneo, al tempo della sua lotta contro le streghe di Diana. Quindi non si lasciò sopraffare dal disorientamento. Recuperò il cavallo, ci montò sopra, e lo spronò verso Ovest.

* * *

Ben Linus finì di medicarsi il braccio, e controllò Wikipedia. Nicolas Eymerich risultava morto nel 1399, quindi non poteva essersi teletrasportato nel futuro insieme a lui come gli era sembrato che fosse successo.
Eppure….
Sì ricordò degli esperimenti Dharma: quando adoperato a carico doppio, il teletrasporto temporale funzionava come un duplicatore, trasferendo nel futuro solo una copia del secondo passeggero, e lasciando l’originale nel tempo di partenza.
Possibile che ci fosse un doppelganger di quell’inquisitore medievale in giro per il XXI secolo?  Ben rabbrividì.
Aveva però problemi più urgenti a cui pensare.
Riuscire a trovare il modo di tornare sull’isola.