Medicina scaduta

– Come si può credere anche solo per un attimo a questa fandonia? – Tuonò il professore, strappando il foglio di mano al suo studente – Quel decadente guazzabuglio ch’era la cosiddetta civiltà del XI° secolo non possedeva affatto conoscenze scientifiche superiori alle nostre! – Accartocciò il foglio sequestrato, e lo scagliò rabbiosamente nel caminetto – Lo sai che per la cura delle malattie s’affidava al culto dei morti? Leggi quel frammento dell’epoca – col bastone indicò un cartiglio ingiallito esposto nella teca accanto alla porta – “Antibiotico”, dal greco anti-bios, il contrario della vita, cioè la morte. E nel rigo successivo la conferma: “Vasto spettro”, cioè un fantasma dai grandi poteri taumaturgici – torse il volto scarno e rugoso in una smorfia di disgusto – farneticazioni di un’infame marmaglia che si credeva imparentata con le scimmie – puntò il bastone verso un altro reperto in fondo all’aula – e che disegnava le carte geografiche sui giocattoli per poterci giocare a palla! – Fu colto da un violento accesso di tosse.
“Il professore ha ragione – pensò lo studente, mortificato – Devo avere più rispetto della saggezza d’un uomo di quasi trent’anni come lui”.

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Corrispondenza

Appena ricevuto il segnale, il computer del SETI, Search for Extra-Terrestrial Intelligence, lo riconobbe come il messaggio d’una civiltà aliena.
Ciò che non poteva sapere è che si trattasse d’una civiltà ormai estinta.
Negli anni trascorsi dal messaggio ad attraversare lo spazio, la forma di vita che l’aveva lanciato s’era infatti completamente autodistrutta.
Il sistema computerizzato del SETI lo registrò, e poi lo archiviò, senza ritrasmetterlo a nessuno.
Non per ragioni di segretezza, ma perché non c’era più nessuno a cui inoltrarlo.
Da tempo infatti il sistema proseguiva il suo compito in maniera automatica.
Anche la razza umana s’era completamente autodistrutta.
Non prima però d’aver lanciato un proprio messaggio nello spazio, che in quello stesso momento veniva automaticamente ricevuto, registrato e archiviato dal sistema computerizzato alieno, nel silenzio del suo pianeta ormai deserto.

Anima Persa

Circa dieci anni fa, prima che Lost andasse a puttane, ho scritto quest’apocrifo crossover finora inedito, ispirato a One of Them, e all’episodio migliore della serie: The Shape of Things to Come.

 *  *  *

– Vi auguro di non avermi mentito – disse Eymerich in tono minaccioso, scendendo da cavallo. Il pingue frate benedettino gli corse incontro trafelato.
– Magister, ve lo giuro, è comparso dal nulla parlando una lingua infernale!
– Almeno tre o quattro lingue infernali – aggiunse un confratello.
– Comparso dove? – Chiese Eymerich.
– Nella radura dietro il convento, sembrava piovuto dal cielo – disse il primo frate.
– Dall’inferno! – Lo corresse il confratello.
– Basta, portatemi da lui. – tagliò corto l’inquisitore. Quei benedettini lo innervosivano. Sembravano davvero convinti d’aver catturato una creatura infernale, cosa che a guardarli gli sembrava altamente improbabile. Lo condussero a una cella. Incatenato in un angolo giaceva quello che a prima vista sembrava solo un fagotto di stracci.
– Volete interrogarlo Magister? – Chiese il primo frate.
– M’avete detto che parla in demoniese – rispose Eymerich, sarcastico.
– No, parla anche un po’ di catalano – rispose il secondo – anche per questo abbiamo chiamato voi.
– Un po’ di catalano? Me lo farò bastare.
L’inquisitore entrò nella cella. I benedettini si dileguarono. L’uomo rannicchiato nell’angolo sollevò la testa. Eymerich notò i suoi occhi chiarissimi nonostante la penombra. L’uomo lo fissò.
– Padre, vi prego, aiutatemi – disse in catalano, con un filo di voce – questi frati sono pazzi. M’ hanno incatenato qui dicendo che gli servivo per voi.
– Per me?
– Sì, li ho sentiti parlare d’un inquisitore che volevano attirare qui dicendogli d’aver catturato – scosse la testa, e la chinò – un demone – la sua voce si spense in un sussurro incredulo.
Eymerich avvicinò la torcia al prigioniero. L’uomo trasalì, appiattendosi contro il muro. L’inquisitore vide ch’era ferito al braccio destro.
– Chi o che cosa sei? Bada di non mentirmi. Io sono Nicolas Eymerich. Questo non è ancora un interrogatorio formale, ma può diventarlo, e credimi, qualsiasi cosa tu abbia subito finora non sarà niente al confronto di ciò che posso farti infliggere io.
Il prigioniero deglutì.
– Mi chiamo Enrique Gallus, e vengo dalla Catalogna. Sono un pellegrino. Ho chiesto riparo per la notte a questi frati, e loro m’hanno imprigionato, dicendo che sarei stato perfetto come esca. Che sareste venuto qui, e m’avreste preso davvero per un demone.
Alla luce della torcia i suoi occhi sgranati scintillavano di bagliori rossastri.
– A quale scopo?
Il prigioniero allungò lentamente il braccio sinistro per quanto glielo consentiva la catena, e indicò la porta.
– Imprigionare anche voi.
Eymerich si voltò. La porta era chiusa e priva di maniglia.

* * *

Appena uditi i colpi imperiosi, il benedettino grassoccio si precipitò alla porta della cella.
– Magister, siete voi?
– Apritemi immediatamente!
– Siete proprio voi? Non siete… posseduto?
Con una spallata violenta Eymerich scardinò la porta, uscì come una furia, e s’avventò sul frate, sbattendolo contro la parete di fronte.
– Che cosa avevate intenzione di fare? – Ringhiò.
Il benedettino rabbrividì violentemente.
– Il demone ha detto che sarebbe riuscito a trasformare in un suo succube chiunque avesse osato interrogarlo – balbettò – ha detto che è quello che fa sempre. Noi confidiamo in voi Magister, sappiamo che nessuno vi è secondo nella lotta contro i demoni, ma prima di aprivi volevamo essere certi che foste ancora voi.
Eymerich si voltò verso l’uomo nella cella.
– Mostratemi dove l’avete trovato – disse al frate. Poi si rivolse al prigioniero – Avrai il tuo interrogatorio formale. E saprò esattamente cosa chiederti.

* * *

Quando tornarono, l’inquisitore portava un fagotto sotto il braccio.
Il prigioniero sollevò lentamente la testa con aria dimessa.
Senza una parola, Eymerich svolse il fagotto davanti a lui. Era una giacca.
Il prigioniero la vide. La sua espressione cambiò completamente. Diventò gelida.
– Così l’hai trovata – disse in castigliano perfetto. Anche la sua voce era cambiata. Più profonda.
– Non è stato difficile, non devi avere avuto il tempo per seppellirla bene. Avresti forse potuto continuare a ingannare questi frati, ma non me – Eymerich indicò lo strano simbolo ottagonale sulla giacca – io so bene cos’è questo.
– Cos’è? – Chiese timidamente il benedettino.
– L’emblema d’una setta che si nasconde in questa zona, dove è stato trovato varie altre volte su oggetti bizzarri. Sospettavo che c’entrasse la setta, perciò ho risposto alla vostra richiesta d’aiuto. L’ottagono veniva usato anche dai Templari. Federico II° di Svevia, l’eretico, ha persino fatto costruire un intero castello con questa forma, Castel del Monte.
– Non ne sapevo niente – disse il frate..
– Non mi stupisce – commentò Eymerich, sarcastico.
– Credo che anche tu non ne sappia poi granché, Nicolas – disse il prigioniero, con l’ombra d’un sorriso.
– Ho trovato l’ingresso del vostro covo – rispose l’inquisitore, sprezzante, ed estrasse un paio di grosse pinze rugginose dalla bisaccia alla cintola.
Il prigioniero le guardò, e rimase impassibile.
– Saprai anche dov’è il tempio, ma senza uno di noi non riuscirai mai a entrarci – disse.
Eymerich s’infilò la giacca nella bisaccia, e impugnò le pinze.
Agganciò l’anello che legava al muro la catena del prigioniero, e lo spezzò.
– Lo so – disse – ed è per questo che tu verrai con me. E mi ci farai entrare.
Afferrò la catena, e con uno strattone violento lo costrinse ad alzarsi.
– A meno che tu non preferisca descrivermelo durante quell’interrogatorio formale.

* * *

Quando arrivarono era quasi buio. Il prigioniero si fermò davanti a un pozzo ottagonale. Eymerich strattonò ancora la catena. L’uomo fece scorrere le mani sul bordo del pozzo, come per saggiare la consistenza delle pietre. Il pozzo s’aprì in due verticalmente, svelando al di sotto l’inizio d’una scalinata a chiocciola che sembrava arrivare al centro della terra. Il benedettino che portava la torcia si ritrasse, visibilmente intimorito. L’inquisitore gettò le pinze, e gli strappò la torcia di mano.
– Scendi – ordinò al prigioniero, che obbedì.
– Magister, vi calerete nel cuore dell’inferno senza una scorta armata? – Chiese il frate, tremante.
– Sarebbe forse la prima volta? – Rispose Eymerich, e s’avviò.
L’angusta e vertiginosa scalinata pareva interminabile. Finalmente giunse l’ultimo gradino, e i due sbucarono in un’ampia caverna ingombra di misteriosi manufatti. L’inquisitore sollevò la torcia, e si guardò attorno attentamente.
Il prigioniero afferrò la catena, e con uno scatto violento la strappò di mano a Eymerich. Poi la fece roteare un paio di volte, e la usò come una frusta contro l’inquisitore.

*  *  *

Quando Eymerich si riprese, i ceppi della catena erano ai suoi polsi, bloccati a un anello del muro.
– Mi dispiace – gli disse l’uomo, in tono gentile. Aveva indossato la giacca col simbolo – Vedi Nicolas, io non dovrei essere qui. Ci sono finito per sbaglio, e devo assolutamente andarmene – Cominciò ad armeggiare coi manufatti – Questo è un secolo in cui per fortuna si finisce raramente. Sapevo che c’era una stazione costruita da chi c’era finito, ma non sapevo esattamente dove. Quindi mi serviva un esperto dei luoghi magici di queste parti per trovarla. E chi meglio di te? – Accennò un sorriso.
– Ti sei lasciato imprigionare volutamente da quei frati idioti perché chiedessero il mio intervento? Hai nascosto volutamente male la tua giacca perché io la trovassi, e ti trascinassi qui?
L’uomo annuì – mi dispiace, ma dovevo – ripeté, e continuò ad armeggiare.
– Magister, avevate proprio ragione a chiedermi di seguirvi a distanza – disse frate Pedro Bagueny, sbucando dalla scalinata armato delle grosse pinze.
L’uomo sgranò gli occhi, poi li alzò al cielo. Estrasse una sorta d’astuccio nero dalla tasca della giacca. Bagueny gli si scagliò contro mulinando le pinze. L’astuccio nero si rivelò un bastone telescopico di metallo. Con due fendenti l’uomo parò l’assalto di Bagueny, e riuscì a stordirlo, sbattendolo a terra – Io me ne devo andare – disse cupo.
– L’unico posto dove andrai è l’inferno! – Ringhiò Eymerich. L’uomo si voltò a fissarlo.
– Nicolas, tu sei una delle persone più intelligenti e colte del tuo secolo, questa cieca superstizione non ti fa onore. Le cose non sono così semplici, e da qualche parte dentro di te anche tu lo sai.
Pedro si riprese, si alzò appoggiandosi alla parete, e con le pinze agganciò l’anello dei ceppi di Eymerich.
L’uomo pigiò alcune pietre istoriate di bizzarri geroglifici sulla parete accanto a lui. La caverna vibrò violentemente.
Pedro spezzò l’anello dei ceppi.
L’uomo richiuse il bastone, e se lo infilò nella tasca dei pantaloni.
Eymerich si liberò.
L’uomo sgusciò dentro una profonda nicchia nella parete.
Eymerich gli si avventò contro.
La nicchia si riempì di luce bianca accecante.

* * *

L’inquisitore riprese i sensi di colpo, in modo violento e doloroso. Una luce bianca lo accecava ancora, ma era quella del sole. Sentì delle voci, e un crepitio. Si tirò su a fatica, e vomitò.
Si guardò attorno: era nel mezzo d’una zona desertica. Poco distante un cavallo, e i corpi di quelli che sembravano due saraceni. Uno dei due respirava ancora.
Eymerich ricordò d’aver già sperimentato una volta quella sorta di demoniaco viaggio istantaneo, al tempo della sua lotta contro le streghe di Diana. Quindi non si lasciò sopraffare dal disorientamento. Recuperò il cavallo, ci montò sopra, e lo spronò verso Ovest.

* * *

Ben Linus finì di medicarsi il braccio, e controllò Wikipedia. Nicolas Eymerich risultava morto nel 1399, quindi non poteva essersi teletrasportato nel futuro insieme a lui come gli era sembrato che fosse successo.
Eppure….
Sì ricordò degli esperimenti Dharma: quando adoperato a carico doppio, il teletrasporto temporale funzionava come un duplicatore, trasferendo nel futuro solo una copia del secondo passeggero, e lasciando l’originale nel tempo di partenza.
Possibile che ci fosse un doppelganger di quell’inquisitore medievale in giro per il XXI secolo?  Ben rabbrividì.
Aveva però problemi più urgenti a cui pensare.
Riuscire a trovare il modo di tornare sull’isola.

Il Potere della Parola

Nel 1994 della pubblicazione di Nicolas Eymerich Inquisitore, arrivavano alla Tv italiana le prime 5 stagioni di Star Trek The Next Generation. Quest’inedito è il primo apocrifo crossover che ho scritto qualche anno dopo. Gli episodi di TNG citati sono Journey’s End e Ship in a Bottle.

 *  *  *

Deanna finì di sistemarsi il lungo abito di foggia trecentesca.
– Su cosa è basato questo tuo nuovo programma olografico, William? Si direbbe una saga medievale.
Riker accennò un sorriso sornione.
– È molto di più. Una serie di romanzi scritti fra il XX° e il XXI° secolo in Italia da Valerio Evangelisti.
– C’era ancora l’Italia nel XXI° secolo?
– Solo nei primi anni, prima di sparire sotto il livello del mare per lo scioglimento dei ghiacciai.
– Sono pronta – annunciò Deanna sorridendo. Riker le offrì il braccio, e insieme entrarono sul ponte ologrammi. Deanna si mostrò subito ammirata per la precisione dei dettagli.
– È una tipica caratteristica dei romanzi che ho voluto trasporre fedelmente nel programma – disse Riker, con una punta d’orgoglio – Il protagonista è ispirato a un personaggio storico realmente esistito,  d’origine ispanica come gli antenati conquistadores del capitano. Ti sorprenderà – aggiunse ammiccando.
– Non vedo l’ora – sorrise Deanna.
Una freccia trapassò la gola di Riker.
Il primo ufficiale emise un rantolo soffocato, poi crollò di schianto.
Deanna urlò, e si chinò su di lui, sconvolta.
– Emergenza sul ponte ologrammi! – Gridò – Computer! Blocca il programma!
Fu inutile.

 *  *  *

Eymerich era furibondo.
– Magister, era l’unico modo per fermarlo – disse il balestriere – l’abbiamo visto apparire dal nulla, e lo sapevamo capace di sparire in un attimo. Era un demone!
– I demoni sono spiriti incorporei, questo invece è un cadavere che non può rivelarci più nulla – scandì Eymerich – E vi siete anche fatti scappare la femmina!
– Sì Magister – ammise il balestriere, visibilmente spaventato dalla furia dell’inquisitore – però stavolta non è riuscita a dissolversi, s’è solo confusa tra la folla.
– Perché ho scoperto le loro formule, e so come invertirle. Non sono demoni, solo negromanti – si rivolse al resto delle guardie – è il momento di agire.

 *  *  *

– Uno dei personaggi ha preso il controllo del ponte ologrammi? Di nuovo? – Picard si girò verso Data.
– Dev’essere diventato senziente, com’era accaduto a Moriarty – rispose l’androide.
– Come stanno Deanna e William?
– Entrambi i loro segnali vitali sono cessati – rispose Beverly, pallida – ma potrebbe essere perché l’ologramma è riuscito a schermare il ponte, interrompendo ogni comunicazione
– Ma com’è possibile che il computer gli obbedisca così? – Protestò Worf – Conoscere i codici d’accesso non basta…
Le porte s’aprirono. Eymerich marciò deciso in plancia.
Picard s’alzò e lo fissò.
– Adesso capisco – disse – William t’ha dato il mio aspetto. Una sorta di omaggio, probabilmente – aggiunse malinconico – anche per questo il computer ti riconosce come un’autorità legittima.
– Io sono l’unica autorità legittima – disse l’inquisitore, sprezzante – E sei tu che stai imitando il mio aspetto. Ma non ingannerai più nessuno.
– Suppongo che tu sia riuscito anche ad accedere ai protocolli del Dottore Olografico per riuscire a materializzarti al di fuori del ponte ologrammi.
– Ti riferisci al fatto che posso spostarmi dove voglio? Posso anche trasferire ciò che voglio. Computer, sicurezza! – Ordinò. Un paio di balestrieri si materializzarono al suo fianco, tenendo sotto tiro il resto della plancia.
– Sei stato abile – commentò Picard.
Eymerich accennò un sogghigno.
– In realtà non è stato difficile. Tutto il vostro potere non è che una ragnatela di parole. Ogni volta che uno di voi si manifestava, io ne annotavo o facevo annotare ogni frase, specialmente quelle che suonavano prive di senso. Così ho scoperto tutte le vostre formule, e come usarle contro di voi.
Picard scosse la testa.
– Credi di sapere tutto? Non hai idea di quello che non sai. Non hai idea di dove ti trovi né del danno che potresti fare se prendessi davvero il controllo di questa… unità.
– Non preoccuparti di quello che non so – rispose l’inquisitore – perché lo scoprirò. Computer! – Ordinò – Programma Quaestio Eymerich Uno. Eseguire!

Nebbia

Abbiamo sempre saputo che se una forma di vita aliena avesse mai raggiunto il nostro pianeta, sarebbe stata molto diversa dalla nostra, ma non ce l’aspettavamo così diversa.
Ci siamo resi conto che ci mancano persino gli schemi percettivi per vederli nella loro vera forma, tutto quello che riusciamo a cogliere della loro presenza sono dense nebulose rossastre. S’aggirano per il nostro pianeta apparentemente indaffarati con una serie di strumenti. Osservarli provando a interagire però non è così vano come può sembrare, perché produce un’alterazione, o meglio un’evoluzione dei nostri schemi che sembra renderci in grado di percepire qualche tratto della loro autentica forma, e persino frammenti di quello che possiamo ragionevolmente ritenere un linguaggio.
Non siamo ancora riusciti a comunicare, ma i tentativi procedono.

Quinta settimana sul pianeta extrasolare 832. Ancora nebbia. Questi lanuginosi banchi azzurrini rendono particolarmente difficoltosa l’esplorazione. Ieri dopo quattro ore m’è addirittura sembrato d’intravedere qualcosa di vivo nella nebbia. Qualcosa che tentava di comunicare.
Naturalmente è stata un’allucinazione dovuta allo stress, gli strumenti parlano chiaro, non ci sono forme di vita intelligente quassù.
La prossima settimana arriveranno gli aspiratori, e finalmente il problema della nebbia sarà risolto.
Non vedo l’ora di godermi la luce dei due soli che illuminano questo pianeta.

Deforme Condiviso

– Si pentiranno d’avermi chiamato pazzo! – Il dottor Viktor Von Frankenstein III sollevò il tetro sudario che copriva il tavolo operatorio, e lo gettò alle sue spalle con un gesto teatrale.
– Igor, la mannaia!
Il servitore s’affrettò a porgergli il secchio dei ferri.
– Igor, tu stanotte assisterai non solo alla rinascita d’un singolo individuo, ma dell’intera umanità.
Un fulmine lacerò il cielo notturno.
– Perché nel comporre la mia Creatura io non mi limiterò banalmente a ricostruire l’obsoleta e pletorica anatomia umana vigente, io la riformerò!
Un tuono scosse le vetrate del castello.
– E tu, Igor, potrai condividere con me la gloria di questo momento. Cominciamo!
Igor annuì.
Viktor Von Frankenstein brandì la mannaia, e squarciò il torace del cadavere che giaceva sul tavolo operatorio.
– Innanzitutto basta con gli sprechi. Due polmoni uguali che fanno entrambi lo stesso lavoro non hanno senso – Estrasse una spugnosa massa violacea dal corpo, e la tirò a Igor, che l’afferrò al volo, buttandola dalla finestra.
– Lo stesso vale per i reni. E i testicoli. Via!
Entrambe le frattaglie estirpate volarono giù nel fossato che circondava il castello. Von Frankenstein passò all’addome.
– Metri e metri di intestino, che assurdo arabesco! Igor, scommetto che persino tu sai qual è la distanza più breve fra due punti – non attese la risposta – la linea retta! – Vibrò un altro deciso colpo di mannaia – Ecco, dallo stomaco all’ano mezzo metro è più che sufficiente. Tieni Igor, getta ai corvi anche questo disgustoso groviglio superfluo.
Igor eseguì. Il dottor Von Frankenstein strappò altre due masse di carne nerastra dal ventre del cadavere.
– Milza e pancreas… a cosa diavolo servono? Di qualsiasi scempiaggine burocratica si occupino, non merita due interi organi dedicati. Accorperò le funzioni, trasferendole tutte a quel fannullone del fegato.
Il fossato ricevette altri rifiuti organici.
– Ago e filo! – Ordinò Von Frankenstein – Devo provvedere a restringere bene l’orifizio anale affinché non venga usato per abominevoli inserimenti. Poi procederò alla riforma più importante.
– L’ingrandimento del pene?
– L’asportazione del cervello! – Tuonò Von Frankenstein – E la sua completa sostituzione con una ricevente di onde cerebrali da me costruita.
– Oh, quella del progetto che avete sottratto a Tesla?
Igor schivò di poco un colpo di mannaia.
– Perdonatemi padrone, intendevo quel progetto di cui giudici onesti e imparziali v’hanno dichiarato unico legittimo proprietario.
– Igor, tu sei la dimostrazione vivente di quanto questa grande riforma sia necessaria. Quando al posto della tua ripugnante materia grigia ci sarà una ricevente delle mie onde cerebrali, tu non sarai più vittima delle calunnie dei nemici che invidiano il mio genio, ma sarai un felice e disciplinato soldato del mio esercito di rianimati, e condividerai l’onore d’essere guidato soltanto dalla mia mente.
– Ma… padrone, intendete dire che applicherete anche a me quella… riforma? – Igor indicò il cadavere sventrato.
– Ma certo! La Creatura è solo un prototipo, poi comincerò la produzione in serie, e anche tu…
Igor afferrò un coltello dal secchio, e si lanciò contro Von Frankenstein. Qualcosa lo bloccò di colpo, paralizzandolo a metà del gesto.
– Come osi ribellarti al tuo creatore? – ringhiò Von Frankenstein – Sì Igor, non lo ricordi, ma tu sei stato il mio primo esperimento. Il mio controllo su di te però è purtroppo limitato, perché l’attività del tuo cervello interferisce col ricevitore che t’ho impiantato nel cranio. Per questo ho deciso di rianimare i cadaveri solo dopo averli completamente decerebrati.
Con un violento colpo di mannaia, Von Frankenstein abbattè Igor, scoperchiandogli il cranio.
– Da morti sono molto più affidabili – concluse, e si rimise al lavoro.

L’arte della guerra

La città era una distesa di cadaveri carbonizzati.
– Cazzo, che potenza! — Disse ammirato il sergente Fox, uscendo dal blindato.
– Merito delle Devil’s Tears, le bombe al plasma incendiario – commentò il colonnello Granville, serafico — Una vera e propria colata incandescente che piove dal cielo — aggiunse con un gesto delle dita che ricordava un arpeggio — quasi come a Pompei, in Italia.
– Ehi, credevo che gli spaghetti fossero dalla nostra parte, quand’è che li abbiamo bombardati? — Chiese Fox.
Granville sorrise bonario.
– Non ancora sergente, quello di Pompei era un vulcano vero. Ma i risultati furono simili. Ecco, guardi per esempio quei due corpi laggiù — indicò il cadavere d’una donna che sembrava reggere tra le braccia quello d’un bambino. Entrambe le figure apparivano carbonizzate all’istante, al punto da sembrare scolpite nella roccia lavica.
– Li guardi bene — continuò il colonnello. — Il fuoco non li ha distrutti, li ha conservati — sorrise ancora.
– Prendiamo questi due allora? — Chiese Fox, infilandosi i guanti. Il colonnello annuì.

– Avanti, Marella, non farci aspettare — ammiccò la fashion blogger, sorseggiando il suo Vodkaprozac.
– Seguitemi — rispose solenne la padrona di casa, guidando i suoi ospiti — Eccola.
– Ma è stupenda! — Commentò l’ambasciatore, tra il brusio generale di meraviglia.
– Chissà quanto ti sarà costata — aggiunse l’ereditiera.
– Sembra una madonna col bambinello — sospirò il cardinale.
– Guardate, la fiamma li ha avvinti rendendo immortale l’attimo della loro morte — mormorò l’editorialista, in tono ispirato.
– Me la sono aggiudicata dopo un’asta molto combattuta, ma valeva la spesa — disse fiera Marella.
– Di cadaveri carbonizzati ce ne sono milioni, ma questo… è arte!

Pubblicato su Carmilla il 20 novembre 2007