Un uomo Saul al comando

bcsBetter Call Saul ha dimostrato di non avere bisogno di stampelle.
Chi dubitava del talento drammatico di Bob Odenkirk è stato clamorosamente smentito come chi nel 2008 dubitava di Bryan Cranston.
La serie non ha bisogno di forzate apparizioni da parte di Walter White e Jesse Pinkman, nel 2002 di Better Call Saul ancora soltanto un professore di chimica e il suo studente.
È possibile però che durante l’ultima stagione di Better Call Saul rivivremo alcuni degli eventi chiave di Breaking Bad dal punto di vista di Saul.
Lo vedremo tornare a casa dopo il rapimento subito da parte di Walt e Jesse, spedire Mike a scoprire l’identità di Walt.
Assisteremo alla sua reazione alla morte di Mike, e alla caduta di Heisenberg.
In questo contesto potrà esserci spazio per qualche sensato cameo di Bryan Cranston e Aaron Paul.
Molto probabilmente però la serie si concluderà dov’è cominciata, nel futuro di quel flashforward in bianco e nero che ha aperto il pilot.
Quello è il Granite State di Saul. Il finale sarà il suo Felina.

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Breaking Saul

La prima stagione di Better Call Saul è un capolavoro. Per certi versi persino superiore alla prima di Breaking Bad.
Può sembrare una black comedy all’inizio, in realtà è uno stupendo noir, malinconico e spietato.
Bob Odenkirk è assolutamente straordinario anche come attore drammatico. Il suo Bingo monologue del season finale è un indimenticabile instant classic. Anche Jonathan Banks giganteggia, e ha un intero magistrale episodio dedicato alla tragica backstory di Mike.
Vince Gilligan e Peter Gould hanno saputo scegliere attori non soltanto di eccezionale talento, manche capaci di diventare di fatto co-autori dei personaggi che interpretano.
Better Call Saul è una serie praticamente perfetta da ogni punto di vista, compreso quello tecnico e visuale, elegantissimo, e ispirato ai classici anni ’40.

Jimmy McGill/Saul Goodman non è mai stato un comedy relief, la sua preziosa consulenza è fondamentale per l’ascesa di Walter White, e il suo geniale, implacabile sarcasmo ha sempre suggerito una complessità di carattere astutamente dissimulata.
In Better Call Saul, prequel-spinoff di Breaking Bad, Vince Gilligan e Peter Gould lo svelano come uno dei personaggi più drammatici dell’intero universo narrativo.
2002: Jimmy McGill ha uno straordinario talento affabulatorio in grado all’occorrenza anche di salvargli la vita, però, dopo un passato di piccole truffe col nick di Slippin’ Jimmy, ha deciso di metterlo al servizio della legge, nonostante l’ambiente legale ”rispettabile” continui a sbattergli la porta in faccia, e i suoi stessi clienti, Mike compreso, lo trattino da criminale.
Jimmy però persevera, interessato soprattutto all’approvazione del fratello maggiore Chuck, che considera un esempio di rettitudine.
La sua stima però è tragicamente mal riposta.
Il terribile tradimento subito da parte di Chuck dimostra crudelmente a Jimmy ciò che Mike sa già molto bene: il confine tra legale e illegale (sottolineati da toni opposti di blu e rosso) non coincide affatto con quello tra giusto e sbagliato.
Il rigido legalitario Chuck è in realtà l’autentico main villain, e le sue motivazioni sono persino peggiori dell’arroganza classista del collega e socio avvocato Hamlin: Chuck è intensamente invidioso del talento del fratello come Salieri di Mozart in Amadeus.
Mentre è il duro killer Mike quello dal codice etico più solido.

Il catalizzatore che innesca la trasformazione di Jimmy in Saul è però la morte di Marco, suo vecchio complice e amico.
Nel suo piccolo, Marco muore come Walter White: facendo ciò che lo fa sentire vivo.
Così anche Jimmy alla fine sceglierà ciò che lo fa sentire vivo. Sceglierà di  regnare all’inferno, di diventare se stesso: non un semplice avvocato, ma neanche un semplice criminale, né Jimmy McGill, né Slippin’ Jimmy, ma la fusione alchemica e l’evoluzione dei due in qualcosa di nuovo che è più della somma delle sue parti: Saul Goodman. Criminal lawyer. 
Rosso più blu: Deep Purple. Smoke on the water, fire in the sky.
Una scelta consapevole sulla quale, al contrario di Walter White, Saul non mentirà mai a se stesso.

Che schifo che fa II

Ieri ho visto Francesco Piccolo leggere in Tv un paio di estratti dal suo ultimo libro. Entrambi tentativi di corsivo umoristico miseramente falliti.
Il primo era su quanto la dieta Dukan l’avesse reso aggressivo “come una tigre”.
Il secondo era su ciò che farebbe se fosse una donna: “scorta di assorbenti”.
Testi degni d’un monologo di Gabriele Cirilli.
Francesco Piccolo l’anno scorso ha vinto il Premio Strega.
A quanto pare quest’anno si candida per il premio Tatiana.

Better Know Saul

Saul-Mike (2)In Full Measure, lo stupendo finale della terza stagione di Breaking Bad, vediamo Mike interrogare Saul per scoprire dove si nasconda Jesse.
Mike incombe minaccioso su Saul, ma è evidente che potrebbe andarci molto più pesante di quanto non faccia. L’impressione è che sia pronto a pestarlo se necessario, perché quello è il suo lavoro, ma che la cosa non gli piacerebbe. Infatti coglie la prima occasione che Saul gli offre per credergli e andarsene senza indagare oltre, risparmiandolo.
Questa scena è stata scritta e girata quattro anni prima che a qualcuno venisse  in mente che i due avrebbero in futuro potuto condividere uno spin-off, eppure con quello spin-off, cioè lo straordinario Better Call Saul, risulta perfettamente coerente.

Saul-Mike (1)A Mike non piace l’idea di pestare Saul non tanto perché sia il suo avvocato, ma perché Mike ha conosciuto Jimmy McGill.
Saul però non è più Jimmy McGill.
Mike sbaglia a credergli, e questo sbaglio sarà la salvezza per Jesse, e la morte per Gale.