Errori storici

Se avessimo concesso ai leghisti la secessione quando la chiedevano, a quest’ora ce lì saremmo levati dai coglioni.

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Immaginari Alterati

Luca Cangianti, Alessandra Daniele, Sandro Moiso, Franco Pezzini, Gioacchino Toni, Immaginari Alterati. Politico, fantastico e filosofia critica come territori dell’immaginario, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 160, € 16,00

Dalla Prefazione di Valerio Evangelisti

La lotta per le “altre” otto ore

Nel primo numero della rivista politico-letteraria “Carmilla” (1995), allora in forma cartacea, e con diffusione da fanzine, si sosteneva che l’immaginario sarebbe stato uno dei campi di battaglia a venire, per la sinistra di classe e per le forze antagoniste. Questa previsione è stata ampiamente confermata. Oggi basta gettare uno sguardo sullo scenario socio-economico, o anche sul nostro semplice quotidiano, per scoprire quale peso vi abbiano l’immateriale, la costruzione fantastica, il sogno a occhi aperti (o anche chiusi).

È storia antica, impossibile da ripercorrere in una paginetta. Sta di fatto che gli Stati Uniti furono tra i primi (sebbene non i primissimi, preceduti dai fascismi) a intuire l’importanza di quel terreno di scontro. Nel secondo dopoguerra nacquero ovunque loro agenzie (USIS) intente a imporre, soprattutto attraverso il cinema, il modello di vita americano come il migliore e il più desiderabile. Simultaneamente la pubblicità si incaricò di trasferire l’attenzione dal valore d’uso al valore di scambio, potenziando quest’ultimo con un carico d’informazione, divulgato a livello mediatico (se mi troverò di fronte a una merce di marca nota, vista in televisione, e a una di marca oscura, quasi sempre sceglierò la prima, al di là della qualità effettiva). Le leggi tradizionali del valore andrebbero riformulate tenendo presente un fattore informativo in apparenza impalpabile.

L’esito di questi processi l’abbiamo sotto gli occhi. Almeno in Occidente, l’economia vede tra i suoi colossi imprese gigantesche che producono esclusivamente informazione, e nulla di concretamente utile. Assicurano vite parallele con brevi escursioni nella fantasia. Occupano l’attività onirica sostituendo sogni fasulli a quelli naturali.

I paesi detti a socialismo reale sono quasi tutti caduti non solo per contraddizioni interne, ma anche per il fascino, accuratamente studiato, di cui ha saputo ammantarsi l’Occidente. Per lo stesso fascino, più che per disagio o pericolo, si sono avviate gigantesche migrazioni attraverso il mondo, solo in parte collegate a cause materiali. D’altro canto, i vari sistemi di potere sono stati bene attenti a evitare l’emergere di un immaginario ribelle, che scatenasse moti di rivolta incontrollabili. È recente la repressione, attuata dalla magistratura spagnola, contro gruppi rock, o addirittura ai danni di una piccola compagnia di burattinai. Si cade, su questo fronte, facilmente nel grottesco, eppure esiste una logica di fondo, malamente indagata.

Perché il capitalismo si regga bene in piedi, deve invadere anche le aree non sottoposte al suo dominio diretto, economico e politico. La tripartizione della giornata teorizzata dai socialisti di un tempo (“otto ore per lavorare, otto ore per istruirci, otto ore per riposare”) va abolita – ed è ovvio, se si pensa che l’immaginazione è diventata produttiva. Lo spazio per “istruirsi” è il primo a dover essere colonizzato, essendo quello maggiormente insidioso per il potere. Dunque informazione manipolata, distrazioni eterodirette e funzionali, luoghi di studio addomesticati (quanti docenti furono licenziati o emarginati, dopo i cosiddetti “anni di piombo”, non solo in Italia?).

Le ore per lavorare tendono a diventare illimitate, con la rapida soppressione dei tradizionali momenti di riposo, dalle pause pranzo ai giorni festivi. Quanto al puro sonno, alzi la mano chi dorme effettivamente le otto ore canoniche. Se poi sogna, potrà trovare nella sua “fase REM” brandelli del mondo mercantile e spietato a cui si cerca di condizionarlo nella veglia.

L’immaginario è dunque tra i terreni salienti di battaglia, per chi voglia sottrarsi alla dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi. Occorre però conoscerne le forme. Alcuni redattori di “Carmilla”, nei saggi o nei racconti contenuti nel presente volume, provano a farlo. Resistenza inutile? Resistere non è mai inutile, e di per sé contrasta il velo di anomia e di alienazione che sta calando su noi tutti.

Dalle note di copertina

L’immaginario è un dispositivo di gestione del potere e parimenti di esercizio dell’opposizione. Vampiri, fantasmi e zombie non costituiscono mere maschere di un escapismo pilotato, ma sono metafore potenti incorporate in teorie critiche e in pratiche antagoniste. L’immaginario non occupa soltanto uno spazio ristretto del pensare umano, ma riassume in sé in forma attiva/cosciente e passiva/indotta tutte le formulazioni dell’attività intellettuale. Non è tanto l’immaginario a essere politico, quanto il politico a essere immaginario; così come lo sono la letteratura, l’arte, l’economia e perfino le scienze naturali nelle diverse articolazioni paradigmatiche che si sono succedute nel corso della storia. Occorre liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli è affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e per far sì che tutta la sua potenza diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti.

Quello che il lettore ha tra le mani è un testo antologico sui differenti ruoli e funzioni che l’immaginario può rivestire in ambito culturale, letterario, cinematografico e politico. Non a caso tutti gli autori sono redattori della webzine “Carmilla” il cui logo recita «Letteratura, immaginario e cultura di opposizione»: una testata che da anni raccoglie l’attenzione quotidiana di migliaia di lettori, interessati a quella critica dell’esistente di cui si articolano qui alcuni percorsi.

Face Off

L’effetto mediatico della presidenza Trump finora è stato simile al finale di They Live, quando il ripetitore adibito a diffondere il segnale che altera la percezione viene distrutto, e tutti vedono il volto mostruoso dei loro sfruttatori per quello che è.
Un’Apocalisse nel senso originario del termine: rivelazione.
Il reciproco rabbioso disprezzo fra Donald Trump e i media mainstream, dal New York Times a Hollywood, segna una frattura epocale che attraversa il cuore stesso dell’egemonia USA, perché separa la propaganda dal trono.
Senza la maschera intessuta dai media embedded, il re è nudo in tutta la sua orrida sembianza, come gli sfruttatori alieni di Essi Vivono senza il segnale del ripetitore che la Resistenza umana fa saltare nel finale.
E allo stesso modo, senza la complice copertura del potere politico, gli spacciatori professionisti di fake news sono esposti come mai prima d’ora.
Nell’azzannarsi a vicenda dandosi reciprocamente del cazzaro, il presidente e il sistema mediatico segano il ramo su cui sono seduti entrambi.
They Lie, Essi Mentono, come sempre, ma invece di concordare le versioni come ai tempi delle false fialette d’antrace, stavolta si strappano la maschera a vicenda.
Nessuno può credere a niente di quello che dicono, e adesso è ufficiale.
Che il paese sia spaccato non è una novità, lo era anche ai tempi di Obama, il presidente-immagine vincitore d’un Nobel sulla fiducia. Allora però i media cercavano di stuccare le crepe sempre più profonde, adesso le evidenziano, amplificando la portata d’ogni manifestazione e d’ogni iniziativa anti-presidenziale come uno specchio magico.
Coi media esteri il conflitto è ancora più aspro. In Europa, The Donald viene sistematicamente ritratto come un grottesco demente nazista.
Un collettivo esercizio d’ipocrisia da parte di quella stessa Europa che finanzia i campi di concentramento in Turchia e in Libia.
Fin dal secondo dopoguerra, il default mode dei media mainstream occidentali verso il presidente degli Stati Uniti era sempre stato il classico servo encomio, in diverse gradazioni, con qualche eccezione per i più sputtanati, e punte d’idolatria per i più fotogenici. L’attuale unanime costernato disprezzo verso Trump è quindi particolarmente inedito.
La novità è il conflitto, il face off tra il re e il suo specchio magico, che adesso invece di ripetergli che è il più bello del reame, gli sbatte quotidianamente in faccia la sua mostruosità. E la rispecchia.
Nessun impero s’è mai retto solo sulla forza, senza una facciata, senza una narrazione.
La Chiesa Cattolica ha dominato il mondo per un millennio controllando gli uomini dall’interno delle loro coscienze.
Hollywood ha riscritto la Storia dell’umanità dando a ogni eroe, ogni genio, ogni profeta, reale e/o immaginario, passato, presente e futuro, un volto, un sistema di valori e un accento americano. Da Spartacus a Siddharta, da Leonardo da Vinci a Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell.
Americanes. Eymerich Canes, i Cani di Eymerich, l’assonanza è suggestiva e pertinente.
Gli USA incarnano da secoli la bastardizzazione di quello che fu l’imperialismo della Chiesa, la pretesa di unire e soggiogare tutto il mondo conosciuto sotto un solo Ordine, e un solo Credo.
Occupare e colonizzare i territori dell’immaginario come quelli del pianeta.
La faccia dell’impero è la sua arma più potente, e il suo scudo.
La presidenza Trump sta defacciando l’America.
Trump e il suo conflitto coi media stanno definitivamente strappando agli USA la maschera di benevolo protettore del mondo, stanno raschiando via fino all’ultimo brandello di pelle sintetica dallo scheletro metallico del colonialismo stragista.
L’Armageddon, la valle dell’ultima battaglia non è un luogo geografico, è l’immaginario collettivo.
L’Apocalisse, nel senso originario del termine, è cominciata.