Longoria’s Run

“Ho qualche capello bianco – dice Eva Longoria nello spot della tintura – ma non voglio che lo sappia nessuno”.

Perché, se lo scoprono ti abbattono?

About Time

Jodie Whittaker sarà la prima donna a interpretare il ruolo del Dottore.
L’era Chibnall di Doctor Who si apre con un segnale di discontinuità e rinnovamento, cose delle quali la serie ha un disperato bisogno.
Una scelta apprezzabile e coraggiosa in sé, la cui effettiva riuscita narrativa però dipenderà dalla qualità dell’esecuzione.

È fondamentale che il Dottore non diventi una Dottoressa nel modo grottesco e intrinsecamente sessista nel quale il Master era diventato Missy.
È ragionevole sperare che non succederà, perché per fortuna alla scrivania dello showrunner finalmente non ci sarà più Moffat.

The Doctor Fails

Cominciata col maldestro tentativo di imitare la formula del precedente showrunner Russell T. Davies, l’ultima stagione dell’era Moffat di Doctor Who è proseguita con un’avvilente serie di pessime copie di episodi precedenti, che tentavano di riprodurne la lettera, fallendo miseramente nel coglierne lo spirito.

Purtroppo però il peggior fallimento è stato riportare in scena il Master di John Simm azzerandone completamente la complessità e l’umanità, per ridurlo a una specie di spalla ottusa e stizzosa per l’insopportabile birignao di Missy, e defraudarlo della stupenda uscita di scena di The End of Time.

Il pippone autocelebrativo di Twelve su quanto sia gentile a sacrificarsi per i coloni sull’astronave ha poi dimostrato come Moffat non capisca la differenza fra scrivere DI un personaggio, e scrivere PER un personaggio.
È vero, il Dottore aiuta il prossimo per gentilezza e senso di giustizia, ma è cosa diversa farglielo proclamare ad alta voce.
È come se Gino Strada si mettesse a dire di se stesso “Guardatemi, potrei fare miliardi con la chirurgia plastica, e invece sto al fronte a ricucire le panze ai pezzenti, SONO UN SANTO!”

La stagione s’è chiusa con la replica per Bill dell’happy ending di Clara, l’imitazione di Twelve dell’iconico addio di Ten, e il preoccupante annuncio che nel suo ultimo episodio, lo special di Natale, Moffat cercherà ancora una volta d’inserirsi nella storia passata della serie per riscriverla – e rovinarla – a sua immagine.

Ciao Darwin

Benché nessuno ne sentisse il bisogno, è arrivato il seguito di Prometheus, ovvero il secondo capitolo della trilogia creazionista che sta cercando di rilanciare la saga di Alien.
Titolo: Alien: Covenant
Trama: l’equipaggio di un’astronave terrestre attirata su un pianeta alieno s’imbatte nella versione androide del diabolico Charles Dexter Ward/Joseph Curwen de La Città dei Mostri di Roger Corman (The Haunted Palace, 1963) e dimostra che la razza umana non va inclusa fra le forme di vita intelligente.

Prometheus era un pretenzioso quanto maldestro incrocio fra Megastrutture e Malattie Imbarazzanti, e vantava alcuni dei personaggi più rincoglioniti della storia del cinema.
Alien: Covenant lo supera, diventando la vera e propria epitome dell’Idiot Plot.
La Covenant è una mega astronave colonica nella quale le capsule d’ibernazione dei coloni stanno appese a un gancio come cappotti sventolando in giro ad ogni oscillazione, e quelle dello staff invece di scongelare i loro ospiti li arrostiscono
Nessuno dell’equipaggio della Covenant potrebbe essere più imbecille, ignorante, incosciente, incapace e idiota nemmeno volendo.
Invece di proseguire per la rotta prevista verso il pianeta già pronto per l’insediamento umano, gli imbecilli decidono di fermarsi a colonizzarne un altro appena scoperto di cui non sanno un cazzo, e ovviamente finiscono sterminati mentre fanno una stronzata dietro l’altra.
In particolare negli ultimi venti minuti del film la loro idiozia diventa talmente esasperante da farti passare tutto il finale pensando soltanto di urlargli in faccia l’ovvio “colpo di scena” conclusivo che li aspetta.

Era Spaziale? Se la razza umana avesse davvero un QI medio così basso non sarebbe sopravvissuta all’età della pietra.

Breaking Babylon

b5.jpgLa passione del Badger di Breaking Bad per il cult serial Babylon 5 non è solo un omaggio di Vince Gilligan all’episodio che vede fra le guest star un giovane e capelluto Bryan Cranston.
Babylon 5 ha in comune con Breaking Bad alcune caratteristiche fondamentali, fra cui l’essere un concept di 5 stagioni, e fare dello sviluppo dei personaggi il suo autentico fulcro narrativo, a cominciare da più interessanti e complessi come Londo Mollari che, un po’ come Walter White, viene trascinato dal suo orgoglio da un ruolo di grigio funzionario alle vette dell’impero, alla rovina, e alla catarsi finale.

Live Free or Die
La tematica principale di Babylon 5 è la lotta per la libertà. Dalla rivolta per l’indipendenza della colonia marziana, alla resistenza umana contro il governo golpista terrestre e la sua CIA telepatica (non è un caso che il presidente assassinato dai golpisti si chiami Santiago) alla guerra di liberazione dei Narn dalla dominazione dei Centauri, che rispecchia quella di tutte le specie umanoidi dal controllo dei lovecraftiani Antichi che le adoperano come pedine sulla scacchiera della loro intergalattica proxy war.
Tutte queste lotte, una dentro l’altra, rappresentano lo stesso desiderio di libertà definito la forza più potente dell’universo, che tuttavia prevale sempre solo temporaneamente, e a un costo altissimo.

Babylon 5 è però lontana dalla total quality di Breaking Bad, e gli errori narrativi peggiori non sono sempre attribuibili alle vicissitudini produttive.
Il deus ex machina che resuscita Sheridan.
La conclusione affrettata della Shadow War.
Il condizionamento di Michael Garibaldi, la cui decisione fondamentale di tradire Sheridan viene attribuita ad un intervento telepatico, quando sarebbe stato molto più interessante se fosse stato lo stesso Garibaldi, autonomamente, a convincersi della pericolosità dell’oggettivo God Complex di Sheridan.
E soprattutto il fatto che la liberazione di Centauri Prime dai Drakhi, col sacrificio di G’Kar e Londo Mollari, venga relegata a un flashforward di pochi minuti fuori contesto, quando avrebbe meritato d’essere il series finale in due parti.
La morte di G’Kar e Mollari rimane comunque una delle scene più potenti della serie.

Il finale lascia aperto l’interrogativo principale: la razza umana, una volta acquisito lo stesso potere degli antichi manipolatori alieni, saprà evitarne gli orrori, o ripeterà lo stesso ciclo di dominio e distruzione?

Al netto degli errori, e degli elementi inevitabilmente datati, Babylon 5 rimane comunque fra le migliori space opera di sempre per complessità e coerenza tematica, vastità dello scenario cosmico nel tempo e nello spazio, varietà delle culture aliene e degli stili narrativi con episodi che hanno fatto scuola, dimostrando ciò che la fantascienza Tv può essere.
E che da troppo tempo non è più.

Master SF

masterfulxrhythm: “ itdoesntgethotterthanjohnsimm: “ thirtysecondstomaroon5: “He’s back… ” “Did you miss me?” ” //Okay but can I just wail with joy about this image. Because even encapsulated within two seconds at best, it’s indubitable that John...L’ultima stagione della sua era si apre con una plateale resa di Moffat alla ricetta del predecessore Russell T. Davies, a cominciare dal tentativo di creare una companion credibile e umana come quelle dell’era RTD. Bill Potts, un vero sollievo dopo anni di Impossible Girls.
Più simile per umanità ai Dottori daviesiani è diventato anche Twelve, cambiando drasticamente carattere ancora una volta, dopo i fallimentari tentativi di farne prima uno Sherlock spaziale, e poi un Eleven bis.
Twelve è l’unico Dottore a cambiare completamente personalità senza bisogno di rigenerarsi.
La resa più clamorosa di Moffat sembra essere però l’annunciato ritorno del Master di John Simm.
C’è da augurarsi che sia una resa completa, che il Master sia in character, e che sia tornato per restare.

Oltre lo Specchio

Considerato da sempre uno sdolcinato classico natalizio, il film La vita è meravigliosa contiene in realtà una rivelazione terrificante.
Quando il protagonista George Bailey, un gioviale benefattore che s’oppone a Potter, un rapace banchiere palazzinaro, decide di suicidarsi per debiti perché incastrato da Potter, l’angelo Clarence lo dissuade mostrandogli una realtà alternativa nella quale non è mai nato, e che per questo è molto diversa da quella che conosce.
Bailey ritrova così al posto del suo idilliaco paesello un sobborgo di baracche e bordelli, vessato da polizia brutale, mafia, e capitalismo selvaggio. E completamente controllato dall’odioso banchiere.
Pottersville.
È evidente: l’infernale dimensione parallela nella quale George Bailey non è mai nato o non è sopravvissuto, e nessuno ha fermato la devastante ascesa del palazzinaro è il mondo in cui viviamo.

Siamo dalla parte sbagliata dello Specchio.

Mezzo secolo dopo, Ritorno al Futuro II ce l’ha ricordato, raccontando e profetizzando l’ascesa di Biff Tanner, cioè Donald Trump.
Non è quindi la Federazione di Picard ad aspettarci nel nostro futuro, ma l’Impero fascista del Mirror Universe.

Alive on Mars

”A barman once toldSam-e-Gene me you know when you’re alive because you can feel, and you know when you’re not because you don’t feel anything”.

Undici anni fa, Life on Mars ha compiuto il miracolo di mixare perfettamente due generi cult apparentemente incompatibili rendendo pienamente giustizia a entrambi. In Life on Mars, fantascienza metafisica e poliziesco anni ’70, come i due protagonisti, sono opposti perfettamente complementari, con un’anima comune.

Gli anni 70 di Life on Mars sono infatti una variante dell’idea Ubikiana correlata agli altrimondi del Bardo Thodol che fa corrispondere diverse epoche a diversi livelli di coscienza.
Gene, il Cerbero della Semivita, rappresenta anche una parte di Sam, che Sam deve riconoscere.
Una delle allusioni più frequenti sono i pugni dati in contemporanea perfetta, ce n’è uno anche nella sigla.
Uno degli episodi più rivelatori è il primo della seconda stagione: man mano che il supporto vitale di Sam viene meno, la sua personalità s’avvicina sempre più a quella di Gene, e viceversa. Alla fine dell’episodio, i due sembrano così prossimi a una ”ricomposizione” che uno finisce le frasi dell’altro.
Poi la telefonata del satanico chirurgo lobotomista ristabilisce la frattura.
Stn, in ebraico ostacolo che divide.

Dopo essere stato costretto per essere riammesso nel nostro mondo a “uccidere” Gene, e quella parte di sé che cercava invece di reintegrare, Sam si rende conto di essere stato mutilato. Sente questo mondo come meno reale dell’altro, e perciò lo abbandona.

Perché senza Gene, Sam non può sentire. Ed è sentire che vuol dire essere vivi.

Retrofuturo

Con la geniale maestria della mise en scene retrò ubikiana e kubrickiana, Legion riesce a restituire la forza originaria a un archetipo che sembrava ormai irrimediabilmente consunto dallo sfruttamento intensivo.

L’aver fatto di David Haller e della sua metà oscura due entità separate rischia però di sottrargli metà del loro fascino. Legion trasforma una storia di personalità multipla in una storia di possessione, e questo è troppo retrò.

Medicina scaduta

– Come si può credere anche solo per un attimo a questa fandonia? – Tuonò il professore, strappando il foglio di mano al suo studente – Quel decadente guazzabuglio ch’era la cosiddetta civiltà del XI° secolo non possedeva affatto conoscenze scientifiche superiori alle nostre! – Accartocciò il foglio sequestrato, e lo scagliò rabbiosamente nel caminetto – Lo sai che per la cura delle malattie s’affidava al culto dei morti? Leggi quel frammento dell’epoca – col bastone indicò un cartiglio ingiallito esposto nella teca accanto alla porta – “Antibiotico”, dal greco anti-bios, il contrario della vita, cioè la morte. E nel rigo successivo la conferma: “Vasto spettro”, cioè un fantasma dai grandi poteri taumaturgici – torse il volto scarno e rugoso in una smorfia di disgusto – farneticazioni di un’infame marmaglia che si credeva imparentata con le scimmie – puntò il bastone verso un altro reperto in fondo all’aula – e che disegnava le carte geografiche sui giocattoli per poterci giocare a palla! – Fu colto da un violento accesso di tosse.
“Il professore ha ragione – pensò lo studente, mortificato – Devo avere più rispetto della saggezza d’un uomo di quasi trent’anni come lui”.