La conservazione del potere

Esattamente 12 anni fa, pubblicavo su Carmilla il mio primo racconto breve.

– Qui non troveremo niente — disse Gerda, entrando nel bunker diroccato.
– Ma dobbiamo trovare qualcosa — piagnucolò White, fermo sulla soglia.
– Se hai così tanta fame, tagliati un piede e mangiatelo — brontolò Salas, spingendolo avanti
Gerda si guardò attorno, calciando alla rinfusa macerie incrostate di ferraglia. Poi si fermò
– Ehi, un momento. Forse questo posto non è ancora completamente morto.
Indicò un pannello di controllo seminascosto che sembrava ancora attivo.
Salas si grattò la barba spelacchiata.
– È possibile che un generatore sotterraneo abbia mantenuto attivo il computer ausiliario…
White sferrò un calcio a una poltroncina girevole sventrata, che prese a vorticare cigolando.
– Vuoi dire che questo merdoso bunker è sopravvissuto da solo a tre quarti dell’umanità?
– E non è per questo che sono state inventate le armi batteriologiche? — Sogghignò Gerda — Sterminare i parassiti umani, lasciando intatti i preziosi macchinari.
– Già — annuì Salas, e fermò il moto sgangherato della poltroncina con un colpo di fucile.
White gli scosse freneticamente il braccio — Se ha ancora un computer di controllo funzionante, magari questo bunker non è stato ancora saccheggiato, magari dietro quel pannello c’è ancora una dispensa bella piena – farfugliò con occhi spiritati.
– Per attivare quel coso però ci vorrebbe il codice – obbiettò Gerda.
Salas diede un’occhiata al pannello. Poi lo fece esplodere con una fucilata. Al barrito lamentoso d’una sirena d’allarme sfiatata, metà della parete retrostante cominciò a scorrere, e si aprì su un bizzarro colonnato metallico. Una voce computerizzata annunciò: «Il dispositivo di controllo del bunker presidenziale d’emergenza è stato danneggiato. La stasi medica del presidente e del suo staff nelle capsule isolanti potrebbe essere stata interrotta. Attenzione! Aprire le capsule e risvegliare i pazienti solo se il periodo di virulenza programmato per il batterio K-116 sui nemici della nazione è terminato, e il presidente e il suo staff sono ormai al sicuro da qualunque pericolo di contagio. Altrimenti ripristinare la stasi».
Salas, White e Gerda s’avvicinarono ai grandi cilindri metallici. Si accorsero delle finestrelle opacizzate che lasciavano trasparire all’interno volti distesi da un sonno profondo.
Salas stirò le labbra screpolate in un sorriso — Benissimo — disse — abbiamo trovato la dispensa.

Pubblicato su Carmilla il 18 agosto 2007

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It’s a kind of magic

La miniserie Good Omens è una delle migliori trasposizioni mai realizzate d’un classico, grazie innanzitutto all’assoluta perfezione del cast, e alla sempiterna genialità del testo.

Ma se l’interpretazione magica di David Tennant e Michael Sheen (e Jon Hamm) e l’ironia iconoclasta di Neil Gaiman e Terrry Pratchett ancora non vi bastano per considerare Good Omens la serie dell’anno, pensate a come la rivalità tra Paradiso e Inferno oggi rispecchi accuratamente quella fra Imperialisti e Populisti, fra Draghi e Trump, tanto diversi nell’apparenza quanto simili nella sostanza, nei mezzi e nei fini. Stessa arroganza, stessa crudeltà, stesso reale obiettivo al di là della retorica: il potere.

Anche stavolta, come negli anni della Guerra Fredda, la scelta giusta fra i due è nessuno dei due, è l’unica vera alternativa, l’anarchia e l’empatia dell’ineffabile Aziraphale, e di Crowley, suo ironico, inseparabile compagno e salvatore.
Angelo e diavolo custodi dell’umanità.

The High Castle

Ce lo siamo chiesto tutti: se ci fossimo trovati nell’Italia fascista, nella Germania nazista, e avessimo scoperto che il nostro paese si stava rendendo responsabile d’uno sterminio di massa, che cosa avremmo fatto?
La domanda non è più ipotetica.
L’Italia è direttamente responsabile dei campi di concentramento libici nei quali finiscono massacrati i migranti a cui viene impedito di raggiungere le nostre coste.
Campi di concentramento non è una definizione generica, è documentata: fame, sete, torture, stupri, le condizioni di prigionia sono concepite apposta per falciare i più deboli, e trasformare i superstiti in schiavi. Il governo italiano paga le milizie libiche per questo compito, che definisce “fermare gli sbarchi”.
Questa è la Soluzione Finale che il nostro governo ha scelto per la cosiddetta emergenza immigrazione, cioè qualche migliaio di disperati che approdavano in un paese di 60 milioni di abitanti, e che l’establishment ha efficacemente adoperato come capro espiatorio verso cui deflettere la rabbia popolare, esattamente come fecero i nazifascisti cogli ebrei.
Il discrimine è essenzialmente razziale. Non tutti i prigionieri in Libia sono musulmani, anzi molti, come per esempio gli eritrei, sono cristiani. Qualcuno dovrebbe avvertire Papa Francesco che l’Italia partecipa attivamente alla persecuzione dei cristiani.

La domanda non è più accademica.
Qual è la nostra risposta?
Che cosa stiamo facendo?
Come risponderemo ai sopravvissuti che ce lo chiederanno?
Cosa abbiamo fatto mentre il nostro governo s’offriva come volenteroso carnefice della Fortezza Europa?
Non possiamo sperare di cavarcela con la balla del “Non sapevamo”, non nell’era del web, degli smartphone, e dei canali All News.
Forse speriamo che nessuno ce lo chieda mai.
Che non ci siano sopravvissuti.
Che le guerre, le carestie, le pandemie, gli sconvolgimenti climatici che abbiamo causato nel Terzo Mondo ci diano una mano a svuotarlo.
Che stavolta i nazifascisti vincano la guerra, e riscrivano la Storia.
Ma il deserto continuerà ad avanzare.
La guerra continuerà ad allargarsi.
La Fortezza Europa solleverà definitivamente il ponte levatoio, e ci lascerà fuori.
E allora toccherà a noi.

Pubblicati su Carmilla
The High Castle 3 Set 2017
Maus 10 settembre 2017
Se questo è umano 17 settembre 2017
Lo straniero impiccato 
benito.it 8 ottobre 2017
Buried 15 ottobre 2017
Strange Fruit 22 ottobre 2017
L’Uovo del Serpente 10 dicembre 2017

Face Off

L’effetto mediatico della presidenza Trump finora è stato simile al finale di They Live, quando il ripetitore adibito a diffondere il segnale che altera la percezione viene distrutto, e tutti vedono il volto mostruoso dei loro sfruttatori per quello che è.
Un’Apocalisse nel senso originario del termine: rivelazione.
Il reciproco rabbioso disprezzo fra Donald Trump e i media mainstream, dal New York Times a Hollywood, segna una frattura epocale che attraversa il cuore stesso dell’egemonia USA, perché separa la propaganda dal trono.
Senza la maschera intessuta dai media embedded, il re è nudo in tutta la sua orrida sembianza, come gli sfruttatori alieni di Essi Vivono senza il segnale del ripetitore che la Resistenza umana fa saltare nel finale.
E allo stesso modo, senza la complice copertura del potere politico, gli spacciatori professionisti di fake news sono esposti come mai prima d’ora.
Nell’azzannarsi a vicenda dandosi reciprocamente del cazzaro, il presidente e il sistema mediatico segano il ramo su cui sono seduti entrambi.
They Lie, Essi Mentono, come sempre, ma invece di concordare le versioni come ai tempi delle false fialette d’antrace, stavolta si strappano la maschera a vicenda.
Nessuno può credere a niente di quello che dicono, e adesso è ufficiale.
Che il paese sia spaccato non è una novità, lo era anche ai tempi di Obama, il presidente-immagine vincitore d’un Nobel sulla fiducia. Allora però i media cercavano di stuccare le crepe sempre più profonde, adesso le evidenziano, amplificando la portata d’ogni manifestazione e d’ogni iniziativa anti-presidenziale come uno specchio magico.
Coi media esteri il conflitto è ancora più aspro. In Europa, The Donald viene sistematicamente ritratto come un grottesco demente nazista.
Un collettivo esercizio d’ipocrisia da parte di quella stessa Europa che finanzia i campi di concentramento in Turchia e in Libia.
Fin dal secondo dopoguerra, il default mode dei media mainstream occidentali verso il presidente degli Stati Uniti era sempre stato il classico servo encomio, in diverse gradazioni, con qualche eccezione per i più sputtanati, e punte d’idolatria per i più fotogenici. L’attuale unanime costernato disprezzo verso Trump è quindi particolarmente inedito.
La novità è il conflitto, il face off tra il re e il suo specchio magico, che adesso invece di ripetergli che è il più bello del reame, gli sbatte quotidianamente in faccia la sua mostruosità. E la rispecchia.
Nessun impero s’è mai retto solo sulla forza, senza una facciata, senza una narrazione.
La Chiesa Cattolica ha dominato il mondo per un millennio controllando gli uomini dall’interno delle loro coscienze.
Hollywood ha riscritto la Storia dell’umanità dando a ogni eroe, ogni genio, ogni profeta, reale e/o immaginario, passato, presente e futuro, un volto, un sistema di valori e un accento americano. Da Spartacus a Siddharta, da Leonardo da Vinci a Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell.
Americanes. Eymerich Canes, i Cani di Eymerich, l’assonanza è suggestiva e pertinente.
Gli USA incarnano da secoli la bastardizzazione di quello che fu l’imperialismo della Chiesa, la pretesa di unire e soggiogare tutto il mondo conosciuto sotto un solo Ordine, e un solo Credo.
Occupare e colonizzare i territori dell’immaginario come quelli del pianeta.
La faccia dell’impero è la sua arma più potente, e il suo scudo.
La presidenza Trump sta defacciando l’America.
Trump e il suo conflitto coi media stanno definitivamente strappando agli USA la maschera di benevolo protettore del mondo, stanno raschiando via fino all’ultimo brandello di pelle sintetica dallo scheletro metallico del colonialismo stragista.
L’Armageddon, la valle dell’ultima battaglia non è un luogo geografico, è l’immaginario collettivo.
L’Apocalisse, nel senso originario del termine, è cominciata.

Salutami a Sarek

“You helped start a war, don’t you wanna help me end it?” (Star Trek Discovery)

Dall’ambigua utopia kennedyana di TOS alla paranoia guerrafondaia di Enterprise, le serie di Star Trek sono sempre state, nel bene e nel male, lo specchio dei loro tempi. Star Trek Discovery lo è persino più di quanto fosse doveroso aspettarsi.

Come Enterprise, e la saga cinematografica, è un prequel: ormai da vent’anni Star Trek ha rinunciato al futuro, e non fa altro che riscrivere sempre lo stesso passato pre-TOS. Sapremo mai cos’è successo alla Federazione dopo Picard? È stata assimilata dai Borg?
Discovery riscrive la guerra coi Klingon, sfigurandoli sia narrativamente che fisicamente per farne una rozza metafora dell’Isis, il nemico feroce e fanatico dello Scontro di Civiltà.
Un nemico presentato come mostruoso a cominciare dalle grottesche nuove maschere facciali, che impediscono agli attori di comunicare le emozioni con espressioni del volto, cosa che volutamente rende più difficile per il pubblico empatizzare coi loro personaggi.

La protagonista di conseguenza non è in missione esplorativa, ma in cerca di riscatto e vendetta, a dispetto del suo background vulcaniano. Michael è infatti stata allevata da Sarek, espediente che serve a riportare in scena un personaggio già noto ai fans, ma che nel contesto della storia non ha molto senso, come il fatto che Sarek sembri avere con lei un legame sia affettivo che telepatico più profondo di quello mai avuto col figlio Spock.

Adottata e addestrata dall’ambasciatore vulcaniano, capace di abbattere un guerriero klingon da sola, unica a capire in anticipo la minaccia rappresentata dal Califfato Klingon, geniale, indomita, adamantina… Michael è una Mary Sue circondata da stereotipi altrettanto codificati: il Rude Capitano, la Fanciulla Impacciata, l’Infiltrato Dormiente (interpretato da un attore mediorientale), l’Alieno Formale come un maggiordomo (un incrocio insignificante fra alcune caratteristiche superficiali di Data e Odo), lo Scienziato Prometeico che la narrativa “punisce” ripetutamente, sia per i suoi esperimenti, che per il suo orientamento sessuale.

Discovery non torna solo indietro nel tempo nella saga di Star Trek, ma anche nella storia della fantascienza, facendola regredire all’era che Gene Roddenberry detestava.

The High Castle

Ce lo siamo chiesto tutti: se ci fossimo trovati nell’Italia fascista, nella Germania nazista, e avessimo scoperto che il nostro paese si stava rendendo responsabile d’uno sterminio di massa, che cosa avremmo fatto?
La domanda non è più ipotetica.
L’Italia è direttamente responsabile dei campi di concentramento libici nei quali finiscono massacrati i migranti a cui viene impedito di raggiungere le nostre coste.
Campi di concentramento non è una definizione generica, è documentata: fame, sete, torture, stupri, le condizioni di prigionia sono concepite apposta per falciare i più deboli, e trasformare i superstiti in schiavi. Il governo italiano paga le milizie libiche per questo compito, che definisce “fermare gli sbarchi”.
Questa è la Soluzione Finale che il nostro governo ha scelto per la cosiddetta emergenza immigrazione, cioè qualche migliaio di disperati che approdavano in un paese di 60 milioni di abitanti, e che l’establishment ha efficacemente adoperato come capro espiatorio verso cui deflettere la rabbia popolare, esattamente come fecero i nazifascisti cogli ebrei.
Il discrimine è essenzialmente razziale. Non tutti i prigionieri in Libia sono musulmani, anzi molti, come per esempio gli eritrei, sono cristiani. Qualcuno dovrebbe avvertire Papa Francesco che l’Italia partecipa attivamente alla persecuzione dei cristiani.
Col governo Gentiloni.

La domanda non è più accademica.
Qual è la nostra risposta?
Che cosa stiamo facendo?
Come risponderemo ai sopravvissuti che ce lo chiederanno?
Cosa abbiamo fatto mentre il nostro governo s’offriva come volenteroso carnefice della Fortezza Europa?
Non possiamo sperare di cavarcela con la balla del “Non sapevamo”, non nell’era del web, degli smartphone, e dei canali All News.
Forse speriamo che nessuno ce lo chieda mai.
Che non ci siano sopravvissuti.
Che le guerre, le carestie, le pandemie, gli sconvolgimenti climatici che abbiamo causato nel Terzo Mondo ci diano una mano a svuotarlo.
Che stavolta i nazifascisti vincano la guerra, e riscrivano la Storia.
Ma il deserto continuerà ad avanzare.
La guerra continuerà ad allargarsi.
La Fortezza Europa solleverà definitivamente il ponte levatoio, e ci lascerà fuori.
E allora toccherà a noi.

Pubblicati su Carmilla
The High Castle 3 Set 2017
Maus 10 settembre 2017
Se questo è umano 17 settembre 2017
Lo straniero impiccato 
benito.it 8 ottobre 2017
Buried 15 ottobre 2017
Strange Fruit 22 ottobre 2017
L’Uovo del Serpente 10 dicembre 2017