De Silvio

Dopo Filippo De Silva, Paolo Pierobon interpreta Silvio Berlusconi.
È il classico caso di typecasting.

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La risposta

Nel finale de Il Sorpasso, l’idea che dà la reazione di Bruno (Gassman) alla morte di Roberto (Trintignant) è che non sia la sua prima vittima.
Bruno ha bisogno d’un pubblico, in particolare ha bisogno di spettatori come Roberto.
Molti giustamente riconoscono in Bruno la personificazione del boom economico, per quello che fa credere a Roberto di poter essere, prima di lasciarlo morto sul fondo d’un burrone.
Anche Bruno però non è quello che fa credere di essere.

Bruno sa che tutto il vitalismo e la sicumera che ostenta in realtà sono una recita. Sa che il personaggio che interpreta è fittizio, quindi ha bisogno d’uno spettatore che lo renda temporaneamente reale credendoci. 
Per questo va a caccia di spettatori da trascinare e consumare nella sua fuga da se stesso, nel suo tentativo di sorpassare la realtà, sorpassare la morte.
Roberto non è stato il primo, e non sarà l’ultimo.

Sara: “Perché fai quello che fai?”
De Silva: “Non ce l’ho una risposta. Non ancora”. 
(SAM, s7e10)

Quando De Silva non ha nessuno da manipolare, non ha una vittima, uno spettatore per il quale allestire uno dei suoi regni illusori, ed è costretto a rimanere, seppure per poco, da solo con se stesso, precipita in una specie di buco nero esistenziale.
De Silva sa che i mondi che costruisce sono fittizi come tutti gli altri, quindi ha bisogno di qualcuno che li renda temporaneamente reali credendoci.
Altrimenti resta solo di fronte alla visione di ciò che Philip K. Dick chiama le travi sotto il pavimento della realtà.

De Silva è Bruno.

A riveder le stelle

re-silva8Nonostante la cancellazione improvvisa, o forse proprio grazie ad essa, Squadra Antimafia è riuscita a rimediare un finale perfetto. La serie in cui è nato Filippo De Silva non poteva che chiudersi con un suo trionfale e beffardo sguardo in macchina.

Seguire De Silva nella tana del Bianconiglio ha significato affrontare un’esperienza estrema che ancora mi mancava. Guardare una fiction italiana è un’avventura survivalista.
Il talento d’un Paolo Pierobon è raro quanto straordinario. Per il resto si viene sottoposti a dosi di cagneria così massicce da raggiungere terribili livelli di tossicità, molto superiori a quelli consentiti nel resto del mondo.
Supremo sprezzo del ridicolo, effetti e special-makeup da recita scolastica, e buchi di trama come immensi wormhole in grado di inghiottire intere galassie sono in definitiva orrori ben più sopportabili della sguaiata, tormentosa cagneria di certi interpreti, che tutto pervade aggiungendo veleno ai miasmi, come gas nervino in una fogna.

A questo punto del discorso ci starebbe un “però”, ma non c’è.
Non c’è nessun però, nessun motivo buono abbastanza per seguire una fiction italiana, per auto-infliggersi questa tortura. L’unico è stato De Silva, e ho l’impressione che per un bel pezzo non ce ne sarà un altro. Solo De Silva è valso la pena di questa discesa agli inferi, visto che gli inferi sono il suo regno.

Non so bene perché l’arte drammatica, nel paese che fu di Mastroianni e Melato, sembri precipitata così in basso, ma sospetto che il sistematico privilegiare la presunta telegenia rispetto al talento nella scelta del cast stia favorendo una selezione dei peggiori, dei meno adatti all’ambiente. Le vie della raccomandazione tuttavia sono infinite.

Il dispiacere di perdere di vista Filippo De Silva quindi non è mitigato solo dall’enorme sollievo che il suo personaggio sia alla fine – seppure fortunosamente – riuscito a scampare all’orrido destino redentore toccato a Ben Linus (le serie USA non sono certo esenti da difetti, a volte anche esiziali. In questo caso Squadra Antimafia ha fatto meglio di Lost) .
Non dover più sopportare la cagneria delle unità cinofile che circondavano De Silva è la prima consolazione nel giorno del distacco.

Omissis

De Silva-profiloDe Silva: “Questa non è la mia storia
(SAM s8 e10)

2010. Per la prima volta, dalla brodaglia primordiale della fiction italiana nasce una forma di vita intelligente: Filippo De Silva. Agente dei Servizi deviati, pluriomicida, torturatore, manipolatore, demiurgo. Immortale.
È un evento completamente imprevisto, un Cigno Nero.
2016. Arrivati allottava e ultima stagione della serie, è ormai plateale come De Silva sia l’unico personaggio del quale gli autori siano interessati a scrivereDe Silva è il loro Cristo (Non) Morto del Mantegna, il loro gnostico Re dei Re (quasiinconsapevole, mentre tutto il resto va letteralmente a puttane.

L’ultimo Boss di Livello della serie è Ulisse Mazzeo, il regalo d’addio che gli autori hanno fatto a De Silva: per la prima volta un avversario (quasi) alla sua altezza.
Un altro Demiurgo.
Abbastanza potente da tentare non solo di manipolarlo, ma anche di riscriverlodargli un altro nome, riscrivere la sua identità stavolta secondo Mazzeo, chiamandolo figlio.
Ma De Silva non è Luke Skywalker.

De Silva non è nato De Silva, è diventato De Silva, le sue origini biologiche sono irrilevanti. Potrebbe essere cambiato solo se venisse convinto d’essere diverso. Il sangue in sé non fa nessuna differenza.
Quindi la domanda non è “De Silva è Leone Mazzeo?” La domanda è “De Silva vuole essere Leone Mazzeo?” E la risposta è no, vuole solo interpretarne il ruolo finché gli servirà.
Come fa sempre.

De Silva è un simulatore di professione, le sue uniche crisi esistenziali sicuramente sincere sono quelle che accadono senza spettatori.
Ulisse Mazzeo mettendoselo in casa non fa altro che lo stesso identico errore commesso da tutte le sue precedenti vittime, Greco e Lipari, Rosy Abate e il Puparo, i fratelli Mezzanotte, il clan Afrikanez, la loggia Mantia, la famiglia Ragno.
Quante volte De Silva ha già ucciso il Padre? Quanti padri ha già ucciso? Sono fra le sue vittime preferite.

Così, alla fine di quella che sembra una melodrammatica agnizione, ci rendiamo conto di saperne su di lui ancora meno di prima. 
Incerto il padre, incerta anche la madre, sfuma nell’incertezza persino quel poco di backstory jugoslava che pensavamo di conoscere già. E con De Silva non potrebbe essere altrimenti.
La sua eccezionale resilienza agli errori di sceneggiatura deriva anche da questo Principio d’Indeterminazione.
De Silva forse non era affatto il bambino biondo figlio di Mazzeo, ma forse il ragazzino bruno che gli ha strappato la crocetta dal collo, e che forse l’ha ucciso, come forse (ne) ha ucciso anche il padre, per prendere il posto.

E in fondo non fa differenza, De Silva è De Silva, tutto lo psicodramma Mazzeo serve solo a fargli (ri)prendere coscienza d’essere comunque sempre stato un re, a prescindere dalle ascendenze.
Come non fa differenza che l’ultima scena che chiude la serie fosse stata forse originariamente girata come sequenza onirica per un altro episodio, perché come finale è perfetta.
Esplicita ciò che in fondo è stato vero fin dal primo giorno.

Tra la vita e la morte, lo Stato e la Mafia, la realtà e l’illusione, Re Silva regna per sempre sul Mondo (di Mezzo).

All Hail De King.

“Io metto le squadre una contro l’altra. E loro giocano per me. Vincono per me, perdono per me. Perché io sto per diventare il padrone del campo”.
Filippo De Silva, SAM s2 e7

When The Man Comes Around

de-silva-8Il fandom si chiede che fine abbia fatto Ulisse Mazzeo.
In realtà non è difficile da immaginare.
La stessa fine di Greco,, Lipari, il Puparo, i Mezzanotte, Afrikanez, Spagnardi, la Colombo, i Ragno…
È morto ammazzato.

De Silva è come uno pseudobiblion lovecraftiano, gli unici sopravvissuti sono impazziti.

Backstory

Il Danno

Nel settimo episodio della sua prima stagione, De Silva praticamente enuncia quello che, seppure dissimulato dall’intrigo dell’anno, sarà il suo costante modus operandi: io non gioco, metto le squadre una contro l’altra. E loro giocano per me.
Non lo fa però nello stereotipico tono compiaciuto del villain, né nel suo consueto tono sarcastico.
È al telefono con la madre (adottiva?) e si capisce che qualcosa lo addolora profondamente.
Inizia la conversazione in serbo, poi la rassicura di non essere più in pericolo, le spiega il suo modus operandi, e nel salutarla è sopraffatto da una misteriosa disperazione in netto contrasto con la sua abituale freddezza.
È qualcosa di molto al di là di depressione o autocommiserazione, è una specie di lutto esistenziale per una mutilazione insanabile che cambia irrimediabilmente la concezione del mondo
È e come vedere per un attimo il personaggio in sezione trasversale, e scoprire al suo nucleo il motore a materia oscura che muove tutte le sue azioni. E benché resti la voglia di saperne di più, si ha comunque la sensazione di aver già visto abbastanza per capire.

Ogni maledetta domenica

de-silvaDe Silva è morto.
Dev’essere di nuovo venerdì.

Le resurrezioni di De Silva somigliano alle riconnessioni dei personaggi di Matrix. De Silva si disconnette, esce dalla matrice. Poi si ricollega, si reintroduce nel gioco. E lo riscrive.

De Silva non è morto.
De Silva non può morire, perché questo mondo è il suo inferno. E la sua condanna è vederlo esattamente com’è.

Season of the Witch

de silva-ilariaSe De Silva è sempre il motore principale (più o meno occulto) dell’azione, la quarta stagione ne ha un altro simile: Ilaria Abate.
Quando la incontra, De Silva la riconosce come appartenente alla sua stessa specie.
Come lui, Ilaria è una manipolatrice, capace di tessere realtà fittizie, e cambiare maschera a seconda dello scenario.
Come lui è sradicata, e resta sempre in fondo estranea alla realtà che manipola.
Anche Ilaria riconosce De Silva come suo simile, e infatti gli chiede di accompagnarla all’altare da parente, e farle da testimone di nozze.
Ilaria però è solo un cucciolo della sua specie, una Morgana che manca il suo Merlino, e finirà schiacciata dalle stesse forze che ha suscitato. Mentre De Silva, molto più antico, troverà l’ennesima via d’uscita attraverso gli inferi.

Ex Machina

de silvaDemiurgico, genre savvy (“O parli, o spari”, “Perché vuoi fare l’eroe? È anacronistico”) padrone di enunciare le regole del gioco (“Una squadra contro l’altra. E loro giocano per me”) come di rompere la quarta parete (“Cosa cazzo mi tocca fare tutto il giorno, sempre”).
Tra le varie peculiarità che rendono De Silva esplicitamente meta-narrativo c’è anche il fatto che il suo personaggio, benché ne sia il motore principale, sia sempre letteralmente almeno per metà oltre la narrazione.
I suoi moventi ultimi come quasi tutto il suo passato restano per lo spettatore sconosciuti, e forse inconoscibili.

La sensazione è che De Silva sappia qualcosa sulla struttura della realtà che gliela fa vedere in maniera diversa. Possa leggerne l’html.
Philip K. Dick le chiama “le travi sotto il pavimento della realtà”.
Filippo De Silva vede le travi sotto il pavimento della realtà.
Questo gli dà il potere di manipolarla, ma gli rende impossibile concedersi il lusso di crederci davvero.