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De Silva-profiloDe Silva: “Questa non è la mia storia
(SAM s8 e10)

2010. Per la prima volta, dalla brodaglia primordiale della fiction italiana nasce una forma di vita intelligente: Filippo De Silva. Agente dei Servizi deviati, pluriomicida, torturatore, manipolatore, demiurgo. Immortale.
È un evento completamente imprevisto, un Cigno Nero.
2016. Arrivati allottava e ultima stagione della serie, è ormai plateale come De Silva sia l’unico personaggio del quale gli autori siano interessati a scrivereDe Silva è il loro Cristo (Non) Morto del Mantegna, il loro gnostico Re dei Re (quasiinconsapevole, mentre tutto il resto va letteralmente a puttane.

L’ultimo Boss di Livello della serie è Ulisse Mazzeo, il regalo d’addio che gli autori hanno fatto a De Silva: per la prima volta un avversario (quasi) alla sua altezza.
Un altro Demiurgo.
Abbastanza potente da tentare non solo di manipolarlo, ma anche di riscriverlodargli un altro nome, riscrivere la sua identità stavolta secondo Mazzeo, chiamandolo figlio.
Ma De Silva non è Luke Skywalker.

De Silva non è nato De Silva, è diventato De Silva, le sue origini biologiche sono irrilevanti. Potrebbe essere cambiato solo se venisse convinto d’essere diverso. Il sangue in sé non fa nessuna differenza.
Quindi la domanda non è “De Silva è Leone Mazzeo?” La domanda è “De Silva vuole essere Leone Mazzeo?” E la risposta è no, vuole solo interpretarne il ruolo finché gli servirà.
Come fa sempre.

De Silva è un simulatore di professione, le sue uniche crisi esistenziali sicuramente sincere sono quelle che accadono senza spettatori.
Ulisse Mazzeo mettendoselo in casa non fa altro che lo stesso identico errore commesso da tutte le sue precedenti vittime, Greco e Lipari, Rosy Abate e il Puparo, i fratelli Mezzanotte, il clan Afrikanez, la loggia Mantia, la famiglia Ragno.
Quante volte De Silva ha già ucciso il Padre? Quanti padri ha già ucciso? Sono fra le sue vittime preferite.

Così, alla fine di quella che sembra una melodrammatica agnizione, ci rendiamo conto di saperne su di lui ancora meno di prima. 
Incerto il padre, incerta anche la madre, sfuma nell’incertezza persino quel poco di backstory jugoslava che pensavamo di conoscere già. E con De Silva non potrebbe essere altrimenti.
La sua eccezionale resilienza agli errori di sceneggiatura deriva anche da questo Principio d’Indeterminazione.
De Silva forse non era affatto il bambino biondo figlio di Mazzeo, ma forse il ragazzino bruno che gli ha strappato la crocetta dal collo, e che forse l’ha ucciso, come forse (ne) ha ucciso anche il padre, per prendere il posto.

E in fondo non fa differenza, De Silva è De Silva, tutto lo psicodramma Mazzeo serve solo a fargli (ri)prendere coscienza d’essere comunque sempre stato un re, a prescindere dalle ascendenze.
Come non fa differenza che l’ultima scena che chiude la serie fosse stata forse originariamente girata come sequenza onirica per un altro episodio, perché come finale è perfetta.
Esplicita ciò che in fondo è stato vero fin dal primo giorno.

Tra la vita e la morte, lo Stato e la Mafia, la realtà e l’illusione, Re Silva regna per sempre sul Mondo (di Mezzo).

All Hail De King.

“Io metto le squadre una contro l’altra. E loro giocano per me. Vincono per me, perdono per me. Perché io sto per diventare il padrone del campo”.
Filippo De Silva, SAM s2 e7

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