The long goodbye

Nel decennale di Breaking Bad, e sei anni dopo lo stupendo finale in tre atti – Ozymandias, Granite State, Felina – Vince Gilligan ne aggiunge un quarto, El Camino, epilogo perfetto per la storia di Jesse Pinkman, che da Walter White dimostra d’aver imparato sia l’arte di lasciarsi sottovalutare dal nemico per batterlo (il duello suburban western) che quella di usare la verità per mentire (la telefonata ai genitori, che rispecchia l’ultima di Walt a Skyler).
È però a Mike che Jesse deve la maturità per spegnere il fuoco che lo brucia, prima che lo consumi come Walt.

Il finale di Breaking Bad però non è ancora finito.
Il quinto (e ultimo?) atto ci aspetta in fondo al cammino di Better Call Saul.

Blue Myth

breaking-bad-finale-gifsIl ritmo di Breaking Bad è sempre stato ispirato a quello dei western di Sergio Leone (che Tarantino ha ripreso): lunghi momenti di tensione, e fulminanti accelerazioni violente e sanguinose.
L’atmosfera da western crepuscolare è particolarmente intensa in Felina,  l’ultimo episodio, non il finale, quanto piuttosto il terzo atto del finale di quella che ha saputo confermarsi la migliore serie di sempre.

Breaking Bad è anche uno studio sulla leadership. Tutti i boss della serie sono spinti dall’orgoglio, dal culto della propria immagine, a cominciare da Walter White/Heisenberg. Tutti sono come Kronos padri cannibali: dopo avere negli anni passati guardato con orrore sia Tuco che Gus uccidere uno dei propri picciotti, quest’anno anche Walter sconfitto ha finito per ordinare la morte di Jesse.
Nel primo atto del finale di Breaking Bad, il potente e perfetto Ozymandias, abbiamo assistito alla terribile caduta di Heisenberg, il sovrano. Nel secondo, lo stupendo, crudele Granite State, alla struggente consunzione dell’uomo, Walter White.
Dalle ceneri di entrambi, grazie a un momento di cristallina consapevolezza, è rinato un nuovo Mr. White, sintesi e quintessenza dei due, completamente cosciente delle proprie vere motivazioni e dei propri obiettivi, che nel magistrale Felina come Ulisse è tornato a casa per scrivere a modo suo l’ultima pagina della sua Odissea.
E c’è riuscito.
Grazie all’affinata astuzia di Heisenberg e alla ritrovata umanità di Walt, ormai indissolubilmente fuse in una sola personalità, Mr. White ha vinto.
Completamente e definitivamente.
Realizzando tutti i suoi obiettivi.
È riuscito con l’inganno ad assicurare ai suoi familiari la sua ricca e sanguinolenta eredità che avevano rifiutato con orrore.
Ha sterminato la gang neonazista che aveva ucciso Hank e osato rubare il brand della Blue Meth, la creazione sulla quale Mr. White ha di nuovo imposto il suo nome, simboleggiato da un’impronta insanguinata a forma di W.
Ha d’impulso salvato Jesse, che s’è così trasformato nella sua occasione per la morte eroica, rapida e auto-assolutoria che voleva, e nell’ultimo scambio di sguardi gli ha persino regalato una scintilla del passato legame, dell’eterna chemistry fra i due.
È morto libero, nel suo laboratorio, sfuggendo sia alla polizia che al cancro.
Questo non è un happy ending come gli altri, perché Mr. White non è un protagonista come gli altri.
È un genio del crimine, e non ne è affatto pentito.
Tutti i suoi avversari commettono l’errore fatale di sottovalutarne la pericolosità perché lo considerano un dilettante. In effetti Walter non è un professionista, non lo fa per denaro.
È un artista. Lo fa perché gli piace.
Anche per questo è il migliore.
Anche per questo i metodi che sceglie per uccidere sono spesso ingegnosi quanto teatrali come un’installazione pop: kamikaze a rotelle, droni mitragliatori. Cavalli di Troia.
Walter White ha scelto di regnare all’inferno non solo perché lo preferisca al servire in paradiso, ma anche perché in fondo è proprio all’inferno che gli piace regnare.
La sua vittoria definitiva è una sovversione delle rassicuranti regole della narrazione Tv, alle quali invece l’ambiguo finale de I Soprano s’è inchinato, e il finale moraleggiante di Dexter ha obbedito stolidamente.
Walter White/Heisenberg, contemporaneamente eroe e villain della sua storia invece esce dallo schermo ed entra nel mito da vincitore, per sempre scolpito nell’immaginario collettivo come tale.
Ed è quello l’inferno dal quale si regna sul mondo.

Le tre stimmate di Walter White

BB5X9Anche in quest’ultima stagione, Breaking Bad si distingue per l’uso oculato quanto magistrale di flashforward e flashback.
L’inquietante flashforward che apre Blood Money, episodio diretto da Bryan Cranston, è molto più carico di oscura angoscia post-apocalittica dell’intero blockbuster World War Z, e suggerisce che il titolo dell’episodio sia anche un riferimento al postatomico Dr. Bloodmoney di Philip K. Dick. ”Things have gone nuclear” dirà infatti Saul.
Walter è Bluthgeld, lo scienziato criminale che, come quello di PKD, s’aggira sfigurato e sotto falso nome tra le macerie del mondo che ha distrutto.
Il flashback che apre Ozymandias non è affatto il semplice ”come eravamo” che potrebbe sembrare a prima vista, ma contiene la chiave del rapporto fra Walter e Jesse. Dopo aver cucinato insieme, i due si punzecchiano, s’insultano, si guardano di traverso. Poi Walter si riveste, e insieme alla camicia re-indossa la sua maschera bonaria e gentile per telefonare alla moglie, e mentirle.
Con Jesse, Walter è stato se stesso, con Skyler recita.
Quanto reciterà in senso contrario, per scagionarla alle orecchie della polizia, nell’altra telefonata, che chiude l’episodio.jesse
Sappiamo quanto Walter abbia mentito anche a Jesse, quanto anche con lui abbia cercato di recitare la parte del buon padre, ma c’è sempre stato qualcosa in Jesse, come un reagente chimico, capace di far emergere la vera natura di Walter, nel bene e nel male. La reazione è stata spesso esplosiva, ma li ha anche portati a empatizzare al punto di salvarsi la vita a vicenda rischiando la propria, e a condividere gli unici momenti di gioia sincera della loro turbolenta carriera criminale.
Oggi Jesse è l’unica persona al mondo a conoscere davvero Walter White. Ad avere visto sia il suo volto, che tutte le sue maschere, a sapere e capire fino in fondo di che maestria manipolatoria, di che orgoglio maniacale, di che letale crudeltà sia capace. Come un personaggio dickiano, nel deserto marziano di To’Hajiilee, Jesse Pinkman è il solo a vedere per intero la verità, le tre stimmate di Walter White.
E per quanta gelida ferocia Walter abbia esercitato per cercare di cancellarlo dalla sua vita, non si può fare a meno di pensare che, alla fine, si rivedranno.

Il Trono di Cristallo

A tutti gli effetti una delle migliori serie della storia della Tv, se non la migliore, Breaking Bad di Vince Gilligan è discendente legittimo della grande e multiforme tradizione del noir USA che va da Dashiell Hammet a Pulp Fiction, a cui aggiunge un’inesorabile progressione narrativa da tragedia shakespeariana, gemme di feroce black comedy, e un geniale intreccio dalla tessitura cristallina nella quale tutti i dettagli combaciano con spietata perfezione, nessun particolare è casuale, e tutte le Cechov gun centrano il bersaglio.
Perfetto a ogni livello, dalla sceneggiatura che dimostra un’autentica pianificazione multi-stagionale; alla regia la cui mirabile eleganza visuale è sempre al servizio dell’efficacia narrativa; alla maestria di tutti gli interpreti, dallo straordinario Bryan Cranston, il protagonista Walter White, ai recurring come Bob Odenkirk, l’irresistibile affabulatore Saul Goodman; alla colonna sonora impeccabile per qualità e pertinenza; alla stupenda fotografia del miglior livello cinematografico, che si fa parte integrante della narrazione passando dai toni dominanti verde acido e giallo sabbia delle prime stagioni, ai colori accesi del tramonto nella terza, al cupo rosso sangue della quarta, al nero che domina la quinta, sempre in contrappunto con l’azzurro gelido della crystal meth di Walt.

Vince Gilligan viene dagli X Files, come producer e autore di alcuni dei migliori episodi standalone: “Pusher”, ”Soft Light”, gli horror “Leonard Betts” e “Folie à Deux”, il dickiano ”Field Trip”, e l’ottimo road thriller ”Drive”, interpretato da un giovane Bryan Cranston originariamente convocato per un altro ruolo, ma poi dimostratosi perfetto per quello del protagonista: un uomo in fuga letteralmente sul punto di esplodere. Dieci anni dopo quell’episodio, Gilligan scrive il pilot di Breaking Bad pensando proprio a Cranston per il suo Mr. White/Heisenberg, il prof di chimica che si scopre capace di scalare la vetta del crimine organizzato.
La carriera di Bryan Cranston ironicamente sembra rispecchiare l’ascesa di Walter White: una vita di ruoli minori e sit-com, e poi a cinquant’anni improvvisamente l’occasione per scatenare un immenso talento, unico per intensità, versatilità e carisma, abbastanza da proiettarlo direttamente fra i più grandi di sempre. Al suo fianco, un cast di co-protagonisti e antagonisti eccezionali, a cominciare da Aaron Paul, perfetto nel ruolo complesso dell’instabile giovane complice, quel Jesse Pinkman al quale Mr. White continua a salvare e rovinare la vita in un rapporto di ambivalente interdipendenza che, grazie anche alla perfetta chemistry fra Cranston e Paul, è il fulcro relazionale di Breaking Bad. Nelle passate stagioni la magistrale interpretazione di Giancarlo Esposito ha reso l’indimenticabile Gus Fring uno dei migliori villain di tutti i tempi; quest’anno il veterano Jonathan Banks sta facendo del suo killer/cleaner professionista Mike Ehrmantraut uno stupendo concentrato di filosofia hard boiled. Dean Norris continua efficacemente a svelare la fragilità e la complessità nascoste sotto la vernice poliziottesca di Hank, e Anna Gunn aggiunge nuovo spessore drammatico al personaggio di Skyler, la moglie di Walt, che attraverso le sue reazioni ai vari stadi della carriera del marito, rappresenta anche la reazione della società al crimine: condanna per il piccolo delinquente, collusione col medio – specialmente nei reati finanziari – sgomenta impotenza di fronte al boss stragista.

Nella sua turbolenta e sanguinosa ascesa/discesa da prof fantozziano a re del narcotraffico, Walter White ha affrontato e sconfitto ogni boss di livello, fino a diventare lui stesso il boss di livello, e uno dei più sinistri, nella sua apparente normalità. Un passo dopo l’altro, un omicidio dopo l’altro, Mr. White ha svelato il suo vero volto, è diventato se stesso .
Breaking Bad rivela tutta la violenza repressa che può nascondersi nell’uomo della porta accanto, e la spirale di crimini che sia capace di commettere e giustificare in nome dell’autodifesa, e di quel ”bene della famiglia” che è la maschera delle sue reali motivazioni: la sua sete di rivalsa, di potere, d’autoaffermazione. Walter White però non è un personaggio che possiamo comodamente giudicare dall’esterno, è un uomo tormentato nel quale Breaking Bad ci porta inesorabilmente a identificarci fin dall’inizio, quindi il viaggio all’interno del suo cuore di tenebra diventa anche un percorso di riconoscimento del nostro inner Heisenberg. Fino a che punto siamo ancora con Walt, e perché?
Forse perché è spesso diabolicamente geniale benché a volte terribilmente sprovveduto, e la sua è anche la rivincita del nerd. Forse perché, nonostante tutto, pensiamo che la sua umanità non sia morta, ma solo in disparte, dove prima si nascondeva il suo lato oscuro.
O forse queste sono solo razionalizzazioni, come quelle accampate dallo stesso Walt. E in realtà, se siamo ancora con lui è perché incarna quella parte di noi che pensa sia meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.
Breaking Bad però ci ricorda che il trono dell’inferno è fatto di cristallo.
E che quel cristallo non è meth.

Pubblicato su Carmilla il 13 agosto 2012