Non c’è niente da ridere

“La speranza è una trappola dei padroni” – Mario Monicelli

Chi racconterà questi anni come andrebbero raccontati?

Benché il cinema italiano produca quasi esclusivamente commedie, oggi la cosiddetta Commedia all’Italiana non esiste più, rimpiazzata da una versione italianizzata della Commedia Romantica anglosassone.

Le caratteristiche fondamentali della Commedia all’Italiana sono il sarcasmo e il cinismo. È un Neorealismo disilluso e beffardo che ha perso la speranza di curare gli orrori quotidiani che racconta, ed ha esaurito la compassione per i mostri che ritrae.
Il Sorpasso, Il Boom, Il Vedovo, Il Segno di Venere, I Mostri, L’armata Brancaleone, Tutti a Casa, Divorzio all’Italiana, Sedotta e Abbandonata, In Nome del Popolo ItalianoPane e Cioccolata, Detenuto in attesa di giudizio… 
La Commedia all’Italiana dà un ritratto spietato della natura umana, della società, e di tutte le sue strutture, a cominciare dalla famiglia.

Le attuali commedie italiane sono invece brodaglie consolatorie di quella stessa retorica familista sulla quale la Rom Com anglosassone è da sempre costruita.
I cinepanettoni poi, le farse Vanzinare, non sono mai state Commedia all’Italiana, quanto piuttosto un incrocio fra Pierino e Drive In.
Gli unici esempi di Commedia all’Italiana degli ultimi 30 anni sono stati Il Portaborse, Parenti Serpenti,Boris.

La morte della Commedia all’Italiana è una delle più gravi sconfitte che ci siano state inferte dal colonialismo culturale, e molti non si sono nemmeno resi conto che sia successo.

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La risposta

Nel finale de Il Sorpasso, l’idea che dà la reazione di Bruno (Gassman) alla morte di Roberto (Trintignant) è che non sia la sua prima vittima.
Bruno ha bisogno d’un pubblico, in particolare ha bisogno di spettatori come Roberto.
Molti giustamente riconoscono in Bruno la personificazione del boom economico, per quello che fa credere a Roberto di poter essere, prima di lasciarlo morto sul fondo d’un burrone.
Anche Bruno però non è quello che fa credere di essere.

Bruno sa che tutto il vitalismo e la sicumera che ostenta in realtà sono una recita. Sa che il personaggio che interpreta è fittizio, quindi ha bisogno d’uno spettatore che lo renda temporaneamente reale credendoci. 
Per questo va a caccia di spettatori da trascinare e consumare nella sua fuga da se stesso, nel suo tentativo di sorpassare la realtà, sorpassare la morte.
Roberto non è stato il primo, e non sarà l’ultimo.

Sara: “Perché fai quello che fai?”
De Silva: “Non ce l’ho una risposta. Non ancora”. 
(SAM, s7e10)

Quando De Silva non ha nessuno da manipolare, non ha una vittima, uno spettatore per il quale allestire uno dei suoi regni illusori, ed è costretto a rimanere, seppure per poco, da solo con se stesso, precipita in una specie di buco nero esistenziale.
De Silva sa che i mondi che costruisce sono fittizi come tutti gli altri, quindi ha bisogno di qualcuno che li renda temporaneamente reali credendoci.
Altrimenti resta solo di fronte alla visione di ciò che Philip K. Dick chiama le travi sotto il pavimento della realtà.

De Silva è Bruno.