Non c’è niente da ridere

“La speranza è una trappola dei padroni” – Mario Monicelli

Chi racconterà questi anni come andrebbero raccontati?

Benché il cinema italiano produca quasi esclusivamente commedie, oggi la cosiddetta Commedia all’Italiana non esiste più, rimpiazzata da una versione italianizzata della Commedia Romantica anglosassone.

Le caratteristiche fondamentali della Commedia all’Italiana sono il sarcasmo e il cinismo. È un Neorealismo disilluso e beffardo che ha perso la speranza di curare gli orrori quotidiani che racconta, ed ha esaurito la compassione per i mostri che ritrae.
Il Sorpasso, Il Boom, Il Vedovo, Il Segno di Venere, I Mostri, L’armata Brancaleone, Tutti a Casa, Divorzio all’Italiana, Sedotta e Abbandonata, In Nome del Popolo ItalianoPane e Cioccolata, Detenuto in attesa di giudizio… 
La Commedia all’Italiana dà un ritratto spietato della natura umana, della società, e di tutte le sue strutture, a cominciare dalla famiglia.

Le attuali commedie italiane sono invece brodaglie consolatorie di quella stessa retorica familista sulla quale la Rom Com anglosassone è da sempre costruita.
I cinepanettoni poi, le farse Vanzinare, non sono mai state Commedia all’Italiana, quanto piuttosto un incrocio fra Pierino e Drive In.
Gli unici esempi di Commedia all’Italiana degli ultimi 30 anni sono stati Il Portaborse, Parenti Serpenti,Boris.

La morte della Commedia all’Italiana è una delle più gravi sconfitte che ci siano state inferte dal colonialismo culturale, e molti non si sono nemmeno resi conto che sia successo.

Uomini Sòla

Scritto da Franca Valeri, Edoardo Anton, Ennio Flaiano e Dino Risi, con la collaborazione di Cesare Zavattini, Il segno di Venere è uno di quei capolavori della commedia all’italiana ad essere così puntuale e spietato nella descrizione della natura umana da non aver perso in 62 anni neanche un briciolo della sua efficacia.

Attraverso il loro rapporto con le due protagoniste, le cugine Cesira (Franca Valeri) e Agnese (Sofia Loren) il film demolisce completamente quattro archetipi maschili, in ordine d’apparizione: il Gentiluomo (Peppino De Filippo) che si rivela un viscido maniaco; il Fuorilegge (Alberto Sordi) un cialtrone patetico; l’Eroe (Raf Vallone) un meschino opportunista; e l’Intellettuale (Vittorio De Sica) un cazzaro e un pappone.

Anche il ritratto che Franca Valeri dà del suo personaggio però non manca d’affilata autocritica, specialmente nel modo in cui all’inizio Cesira tende a dare ad Agnese la colpa del ripugnante comportamento degli uomini che le circondano, pur di non perdere le sue illusioni su di loro, e su se stessa.
La verità è che la bella e sprovveduta Agnese è solo apparentemente più fortunata della cugina. In una società sessista infatti, nessuna donna lo è davvero.
Se sei considerata sessualmente appetibile – fuckable – sei trattata come un trancio di carne.

“È un picnic, c’è chi porta un fiasco di vino, chi porta una mortadella, io porto lei”.
(Il Gentiluomo, di Agnese)

Se invece sei considerata unfuckable, praticamente non esisti, se non come strumento per ottenere qualcos’altro.

“Perché non m’hanno aspettato?”
“Ma chi aspettano? Aspettano te?”
(Il Fuorilegge, a Cesira)

Lo smascheramento definitivo dell‘Intellettuale è riservato per il finale. Dopo aver corteggiato Cesira per i suoi risparmi alla Posta, il poeta Alessio Spano, che millanta di stare scrivendo un dramma sulla condizione della donna, preferisce i più sostanziosi risparmi d’una cartomante ex prostituta, nel cui appartamento s’installa come un parassita.
Proprio l’uomo dal quale Cesira s’aspettava qualcosa di meglio sarà quello che le darà la delusione definitiva.