Il Trono di Cristallo

A tutti gli effetti una delle migliori serie della storia della Tv, se non la migliore, Breaking Bad di Vince Gilligan è discendente legittimo della grande e multiforme tradizione del noir USA che va da Dashiell Hammet a Pulp Fiction, a cui aggiunge un’inesorabile progressione narrativa da tragedia shakespeariana, gemme di feroce black comedy, e un geniale intreccio dalla tessitura cristallina nella quale tutti i dettagli combaciano con spietata perfezione, nessun particolare è casuale, e tutte le Cechov gun centrano il bersaglio.
Perfetto a ogni livello, dalla sceneggiatura che dimostra un’autentica pianificazione multi-stagionale; alla regia la cui mirabile eleganza visuale è sempre al servizio dell’efficacia narrativa; alla maestria di tutti gli interpreti, dallo straordinario Bryan Cranston, il protagonista Walter White, ai recurring come Bob Odenkirk, l’irresistibile affabulatore Saul Goodman; alla colonna sonora impeccabile per qualità e pertinenza; alla stupenda fotografia del miglior livello cinematografico, che si fa parte integrante della narrazione passando dai toni dominanti verde acido e giallo sabbia delle prime stagioni, ai colori accesi del tramonto nella terza, al cupo rosso sangue della quarta, al nero che domina la quinta, sempre in contrappunto con l’azzurro gelido della crystal meth di Walt.

Vince Gilligan viene dagli X Files, come producer e autore di alcuni dei migliori episodi standalone: “Pusher”, ”Soft Light”, gli horror “Leonard Betts” e “Folie à Deux”, il dickiano ”Field Trip”, e l’ottimo road thriller ”Drive”, interpretato da un giovane Bryan Cranston originariamente convocato per un altro ruolo, ma poi dimostratosi perfetto per quello del protagonista: un uomo in fuga letteralmente sul punto di esplodere. Dieci anni dopo quell’episodio, Gilligan scrive il pilot di Breaking Bad pensando proprio a Cranston per il suo Mr. White/Heisenberg, il prof di chimica che si scopre capace di scalare la vetta del crimine organizzato.
La carriera di Bryan Cranston ironicamente sembra rispecchiare l’ascesa di Walter White: una vita di ruoli minori e sit-com, e poi a cinquant’anni improvvisamente l’occasione per scatenare un immenso talento, unico per intensità, versatilità e carisma, abbastanza da proiettarlo direttamente fra i più grandi di sempre. Al suo fianco, un cast di co-protagonisti e antagonisti eccezionali, a cominciare da Aaron Paul, perfetto nel ruolo complesso dell’instabile giovane complice, quel Jesse Pinkman al quale Mr. White continua a salvare e rovinare la vita in un rapporto di ambivalente interdipendenza che, grazie anche alla perfetta chemistry fra Cranston e Paul, è il fulcro relazionale di Breaking Bad. Nelle passate stagioni la magistrale interpretazione di Giancarlo Esposito ha reso l’indimenticabile Gus Fring uno dei migliori villain di tutti i tempi; quest’anno il veterano Jonathan Banks sta facendo del suo killer/cleaner professionista Mike Ehrmantraut uno stupendo concentrato di filosofia hard boiled. Dean Norris continua efficacemente a svelare la fragilità e la complessità nascoste sotto la vernice poliziottesca di Hank, e Anna Gunn aggiunge nuovo spessore drammatico al personaggio di Skyler, la moglie di Walt, che attraverso le sue reazioni ai vari stadi della carriera del marito, rappresenta anche la reazione della società al crimine: condanna per il piccolo delinquente, collusione col medio – specialmente nei reati finanziari – sgomenta impotenza di fronte al boss stragista.

Nella sua turbolenta e sanguinosa ascesa/discesa da prof fantozziano a re del narcotraffico, Walter White ha affrontato e sconfitto ogni boss di livello, fino a diventare lui stesso il boss di livello, e uno dei più sinistri, nella sua apparente normalità. Un passo dopo l’altro, un omicidio dopo l’altro, Mr. White ha svelato il suo vero volto, è diventato se stesso .
Breaking Bad rivela tutta la violenza repressa che può nascondersi nell’uomo della porta accanto, e la spirale di crimini che sia capace di commettere e giustificare in nome dell’autodifesa, e di quel ”bene della famiglia” che è la maschera delle sue reali motivazioni: la sua sete di rivalsa, di potere, d’autoaffermazione. Walter White però non è un personaggio che possiamo comodamente giudicare dall’esterno, è un uomo tormentato nel quale Breaking Bad ci porta inesorabilmente a identificarci fin dall’inizio, quindi il viaggio all’interno del suo cuore di tenebra diventa anche un percorso di riconoscimento del nostro inner Heisenberg. Fino a che punto siamo ancora con Walt, e perché?
Forse perché è spesso diabolicamente geniale benché a volte terribilmente sprovveduto, e la sua è anche la rivincita del nerd. Forse perché, nonostante tutto, pensiamo che la sua umanità non sia morta, ma solo in disparte, dove prima si nascondeva il suo lato oscuro.
O forse queste sono solo razionalizzazioni, come quelle accampate dallo stesso Walt. E in realtà, se siamo ancora con lui è perché incarna quella parte di noi che pensa sia meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.
Breaking Bad però ci ricorda che il trono dell’inferno è fatto di cristallo.
E che quel cristallo non è meth.

Pubblicato su Carmilla il 13 agosto 2012

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