La guerra utile

“Possiamo sempre pagare metà dei poveri per ammazzare l’altra metà” – Gangs of New York

Il conflitto sociale è inevitabile, a maggior ragione in tempi di crisi. Non può essere eliminato, né represso indefinitamente. Quindi va controllato.
Il miglior modo di controllare il conflitto sociale è incanalarlo in una contrapposizione sterile, che sostituisca le concrete e legittime rivendicazioni economiche con qualche motivazione astratta, puramente ideologica o etnico-religiosa, e di conseguenza sposti la mira dal nemico di classe all’infedele, il diverso, lo straniero. Sostituendo la lotta di classe con una rappresentazione nella quale paladini e saraceni si scagliano fragorosamente gli uni contro gli altri, manovrati entrambi dallo stesso puparo.
Il conflitto così smette d’essere un problema per il capitalismo, e diventa una risorsa, una fonte di guadagno. La giustificazione per razzie e occupazioni all’estero, e leggi repressive in patria. L’argomento ideale per talk show, saggi letterari, e campagne elettorali. L’occasione per vendere armi a entrambe le fazioni, e naturalmente per fare benzina.
Attentato dopo bombardamento, bombardamento dopo attentato, la fornace si autoalimenta, e dopo un po’ non c’è più neanche bisogno di pagarli i poveri per ammazzarsi a vicenda.
L’istinto primario del capitalismo – trasformare tutto in un business – l’ha portato a legare alla sua macina anche i quattro cavalli dell’Apocalisse.
In particolare è la guerra il motore del tardo capitalismo. Un motore a scoppio.
Il carburante che brucia siamo noi. Le nostre paure, e quando serve le nostre vite.
Giorno dopo giorno, le fiamme che bruciano le case delle vittime riscaldano quelle dei mandanti.
Per il secondo principio della termodinamica però, l’incendio si diffonde.
E non c’è conflitto che possa essere controllato in eterno.

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