The road so far

Fra urban horror e urban western, fino alla quinta stagione Supernatural ha disegnato un’autoironica epica moderna coerente con l’idea dickiana che si possano trovare più verità metafisiche in un fumetto pulp che nella Bibbia, che gli angeli non siano migliori dei demoni, e che a fare la differenza tra bene e male sia l’umanità, simboleggiata del legame fra i protagonisti.
Dalla sesta stagione in poi, col cambio di showrunner da Kripke a Gamble e poi a Carver, è partita una deriva baraccona sempre più sgangherata dalla quale s’è salvato ben poco.
A questo punto, l’unica cosa che mi trattenga dall’invocare la misericordiosa cancellazione di Supernatural è l’avvilente consapevolezza che il finale di serie verrebbe scritto da Carver.
Supernatural è prigioniero in una gabbia infernale che nessun incantesimo può scardinare, perché è mantenuta dall’ostinata fedeltà dell’audience.
Quando si ama qualcosa però bisogna anche essere capaci di lasciarla andare.

Carry on my wayward son
There’ll be peace when you are done
Lay your weary head to rest
Don’t you cry no more

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