Il mostro nello specchio

I commenti a Black Mirror si somigliano spesso: “Cos’è questa cosa così geniale, inquietante e coraggiosa? Sembra ambientata nel futuro, in realtà analizza il presente. Sembra che tratti di tecnologia, in realtà parla della natura umana”.
Si chiama fantascienza.
Il pubblico è così disabituato alla fantascienza vera che spesso non riesce neanche più a riconoscerla quando la vede, la scambia per qualcosa di nuovo ancora senza nome.
La fantascienza è Black Mirror, non gli squallidi sparatutto di propaganda patriottica tipo Falling Skies.

Benché abbia i suoi alti e bassi, con alcune storie iconiche e geniali e altre più convenzionali, Black Mirror di Charlie Brooker (lo stesso autore di Dead Set) su appena sette episodi vanta almeno tre o quattro capolavori degni della migliore tradizione dei maestri del genere come Harlan Ellison o Robert Sheckley. Il migliore è White Bear.

Spoiler

L’episodio comincia in un apparente scenario post apocalittico, nel quale un misterioso impulso elettromagnetico sembra aver trasformato il 90% della popolazione in zombie decerebrati capaci soltanto di assistere morbosamente alle torture inflitte da piccole bande di cacciatori psicopatici ai pochissimi rimasti ancora umani.
La rivelazione finale prima ribalta brutalmente le premesse, per poi confermarne l’essenza più inquietante.
Non è un fantomatico impulso elettromagnetico, ma la natura umana a spingere gli spettatori del reality carcerario simil-post apocalittico a rendersi tutti sistematicamente colpevoli esattamente dello stesso orrido crimine per il quale la condannata viene sadicamente torturata ogni giorno.

Se lo specchio oscuro della tecnologia riflette un volto mostruoso, la colpa non è dello specchio.

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